Una norma contro i conflitti d’interesse: fondamentale, dopo quanto successo con Raffaele Marra e la nomina del fratello, che rischia di trascinare nell’indagine anche Virginia Raggi. L’obbligo di dichiarare inchieste a proprio carico, per evitare nuovi casi Crisostomi (la dirigente promossa dalla sindaca, salvo scoprire un suo coinvolgimento in un’indagine per corruzione). E pure il divieto assoluto di parlare con la stampa, per evitare fughe di notizie o polveroni mediatici, come successo per il ragioniere generale Stefano Fermante o l’ormai ex fedelissimo Salvatore Romeo. Il nuovo codice etico dei dipendenti di Roma Capitale sembra quasi una summa di principi appresi in questi primi, difficili sei mesi di amministrazione.

Il documento approvato dalla giunta Raggi sostituisce il precedente, che risaliva al 2013 e all’epoca di Ignazio Marino. Un aggiornamento richiesto a tutti gli enti locali dall’Anac dopo il varo dell’ultimo piano anticorruzione. E proprio per combattere quei fenomeni di corruzione, che molto da vicino hanno riguardato la Capitale di recente, servono alcune delle principali innovazioni. Ad esempio l’articolo 4, uno dei punti cruciali del nuovo testo, che introduce nella normativa il “whistleblowing”, la pratica di denunciare irregolarità all’interno dell’amministrazione: d’ora in poi l’anonimato di chi segnala un illecito sarà più tutelato, “l’identità del segnalante non potrà essere rivelata senza il suo consenso”. Inoltre, si abbassa la soglia del valore di “doni e regali” che il dipendente non può accettare: si passa da 150 a 100 euro dallo stesso soggetto, cifra oltre cui un oggetto viene considerato un “corrispettivo” improprio. Non sono queste però le uniche novità interessanti del Codice.

Nel documento – la cui stesura curiosamente è stata supervisionata proprio da Raffaele Marra, in qualità di direttore del Personale, prima che l’ormai ex fedelissimo della sindaca finisse in carcere per corruzione – trova posto una norma ad hoc contro i conflitti d’interesse: secondo l’articolo 10, “il dipendente si astiene dal partecipare all’adozione di decisioni che possano coinvolgere interessi propri, ovvero di suoi parenti e affini entro il secondo grado”. Esattamente quanto non ha fatto Raffale Marra nella promozione di suo fratello Renato alla direzione del Dipartimento Turismo, nomina oggetto di un esposto del sindacato Direr. E a proposito di inchieste, d’ora in avanti dipendenti e dirigenti saranno obbligati a comunicare immediatamente e in forma scritta  la notizia di un’indagine a proprio carico, “in qualsiasi fase del procedimento”: dunque anche per un semplice avviso di garanzia, in modo da permettere all’amministrazione di regolarsi di conseguenza. Una novità che ha fatto storcere il naso ai sindacati, che fanno notare una contraddizione con quanto previsto proprio dal codice etico del Movimento 5 stelle.

Discorso simile anche per il nuovo divieto di “intrattenere rapporti con gli organi di informazione senza autorizzazione”: ovvero nessuna dichiarazione di nessun dirigente capitolino alla stampa. “D’accordo che non bisogna rivelare segreti d’ufficio, ma vietare la libertà di espressione in questa maniera diventa censura. Proprio da parte di chi si erge a paladino della trasparenza”, commenta Giancarlo Cosentino, segretario della Cisl Funzione Pubblica di Roma. Eppure negli ultimi mesi non sono mancate interviste e dichiarazioni di dipendenti capitolini, anche vicinissimi all’amministrazione: come gli stessi Marra e Romeo. L’ultima meno di una settimana fa, e infatti il consigliere comunale del Pd, Antongiulio Pelonzi, attacca su Twitter e chiede: “Il codice etico vieta i rapporti con la stampa. Romeo sotto disciplina per intervista cimici?”. In realtà, non sarà l’ex capo della segreteria la prima vittima del nuovo codice: approvato a fine dicembre, è stato pubblicato sull’albo pretorio solo l’11 gennaio. D’ora in avanti, però, niente più interviste in Campidoglio.

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