Sedici anni non bastano. Francesco Schettino merita una pena più alta. Per questo la Procura generale, come già era successo in appello, ha presentato ricorso in Corte di Cassazione contro la sentenza di condanna nei confronti dell’ex comandante della Costa Concordia per il naufragio del 13 gennaio 2012 all’isola del Giglio. La Suprema Corte ha fissato l’udienza al 20 aprile, a giudicare Schettino sarà la quinta sezione. Per i 32 morti l’ex capitano fu condannato a 16 anni, mentre sia la Procura di Grosseto in primo grado sia la Procura generale in appello avevano chiesto una pena di 27 anni. Un ricorso è stato presentato anche dagli avvocati di Schettino, secondo i quali l’imputato non è stato giudicato dal “giudice naturale” e la corte d’appello ha sottovalutato gli errori di ufficiali e timoniere (molti dei quali sono usciti dal processo con dei patteggiamenti).

La procura generale di Firenze ha sottolineato, su un piano di legittimità, di dover considerare nella condanna a Schettino, l’aggravante della colpa cosciente, in particolare nella fase dell’emergenza e dell’abbandono della nave, quando si verificarono i decessi. Si tratta di un’aggravante contestata fin dall’inizio, ma sempre respinta dai tribunali. Nel ricorso i magistrati hanno proposto, richiamando le norme, un diverso modo di conteggiare i singoli reati che sono omicidio colposo plurimo, naufragio colposo, lesioni colpose plurime, abbandono nave, false comunicazioni. Nelle varie imputazioni, soprattutto sul “peso” da dare ai 32 decessi, la Procura generale aveva stimato un calcolo complessivo diverso tale da far lievitare, appunto, a 27 anni la pena complessiva.

Opposte, invece, le intenzioni con cui Francesco Schettino chiede  alla Cassazione di annullare, per una serie di omissioni e illegittimità, la sentenza di appello. I suoi difensori, avvocati Saverio Senese e Donato Laino, hanno articolato il ricorso in nove motivi generali. Primo motivo, il fatto che il processo di appello fu celebrato tradendo il principio del “giudice naturale” precostituito per legge tutelato in Costituzione. Ciò perché, dice la difesa, la corte di Firenze assegnò il processo a un collegio diverso da quanto stabilito dalle tabelle per l’organizzazione degli uffici giudiziari. Ma sulle accuse, per Schettino la sentenza va annullata nella parte sulla condanna per naufragio laddove si utilizzano dichiarazioni dell’indagato al pm e al gip durante le prime indagini “ritenendole plusvalenti rispetto all’esame a cui Schettino si sottopose in cinque udienze” e dove si usa come prova le dichiarazioni dell’ufficiale Ciro Ambrosio “sebbene fossero prive di ogni riscontro”. Inoltre si indicano come “illegittime” le sottovalutazioni degli errori degli altri ufficiali e del timoniere.

Nel ricorso di Schettino si fa rilevare che l’appello decise in appena un mese, tra il 28 aprile e 31 maggio 2015, rispetto a una mole di 88 faldoni (oltre 60mila pagine di processo) e che la motivazione di appello, nonostante le quasi 700 pagine, “sembra ridursi ad un riassunto di tutte le doglianze prospettate nei motivi limitandosi a ricopiare interi brani della motivazione adottata dai primi giudici così trascurando di fornire la propria valutazione critica” e “omettendo di fornire una propria motivazione autonoma rispetto a quella del tribunale”, “così illegittimamente limitando la propria funzione di controllo”.