A Sankt Moritz si leccano le ferite. Niente neve, l’euro tallona il franco e gli italians se ne stanno a casa loro. E senza neanche un botto. Vietatissimi in tutta la valle i fuochi d’artificio. La steppaglia, causa secchezza del clima, si sarebbe potuta incendiare come un fiammifero. Sberluccica solo uno sciurame ultra/cafon impellicciato a mo ‘di yeti. Intanto lapresse mi informa che Mar a Lago, la residenza di Trump a Palm Beach, un capodanno con vista su parrucchino arancione, stretta di mano e visione del décolleté di Melania inclusi, costava meno della metà del cenone al Badrutt Palace di St. Moritz.

Altri tempi quando una corte di principi russi d’ancien regime ( poco prima della rivoluzione del 1917) “allagarono” la hall rinascimentale del Maloja Palace per un ballo in stile veneziano e fecero arrivare da Venezia gondole e gondoliere. Nel libro d’oro del Maloja sono scritti aneddoti sulle gondole che si inerpicavano sui tornanti del passo del Maloja. Al Kulm invece ai tavoli da tè con vista spalancata sui laghi ghiacciati sedeva altra corte, quello dello scià di Persia mentre Gunther Sachs si travestiva da Dracula e le “draculine” sculettavano in finte bare. La noblesse della Mitteleuropa ( anche quella oggi, ahimè, in via d’estinzione) ha sempre avuto un debole per l’Engadina da quando il conte belga Camille de Renesse, sposato con l’ereditiera Malvina de Kerchove von Denterghen, nel 1884 decise di costruire in stile neo/rinascimentale il Maloja Palace, tutt’intorno sparse su 140 ettari maisonette, chalet e terme, golf, maneggi per equitazione e pista da pattinaggio per poter ricevere in grandeur gli amici, tra cui i Rothschild. Il “non badare a spese” portò il conte sull’orlo del fallimento.

Il Maloja cambiò diversi proprietari, mantenendo la sua vocazione di faro per l’alta aristocrazia. Nella ball room si alternavano le orchestre de La Scala e del Metropolitan. Vi tenne concerti anche Arturo Toscanini. Dopo la seconda guerra mondiale la chute verticale e divenne una colonia per boy scout. Fino al 2007 quando il marchese e filantropo Amedeo Clavarino con spiccato piglio imprenditoriale lo comprò con l’intento di ridare all’albergo l’antico splendore. L’ambientalista Clavarino sta, dunque, ristrutturando le 200 camere poco per volta, in stile belle époque con tocco di design, per farne un eco/resort. Attento, da sempre a quelle tematiche per la tutela della natura, già nel 2004 creò la Fondazione Ambiente Milano. Da Londra, dove vive facendo operazioni immobiliari d’ ingegno, ha una missione molto più ampia: quella di restituire un pianeta più vivibile alle future generazioni.

Amedeo, da revisore di conti a uomo marketing per l’Oreal, non è sposato, non ha figli e fa finta di cercare l’anima gemella/bio. Purché non fumi, non inquini il pianeta, non beva acqua da bottiglie di plastica, che si inerpichi in montagna come uno stambecco e che apprezzi le sue verdurine bollite condite con olio extra/vergine. Che sia sottomessa ma indipendente. E che si adegui al suo stile shabby/chic.  Amedeo ironizza: “Il mio capodanno è stato solo un raduno di boy scouts…”. Anche da lui, niente botti ma solo perché lo zolfo è un killer dell’ambiente. E un suggerimento ai suoi ospiti: “ Se volete stare in buona salute, mangiate un terzo di quello che stasera offre il buffet”. Poco dopo la mezzanotte al posto del valzer la proiezione su schermo gigante del documentario, appena uscito, di Leonardo Di Caprio contro il riscaldamento globale (effetto in Svizzera: solo una spruzzatina di neve). Già il titolo è inquietante: Punto di non ritorno. Before the Flood. Tra i produttori Martin Scorsese e distribuito da National Geographic. Di Caprio e Clavarino, la stessa “ eco/febbre” che come un fuoco lento li sta consumando, come noi stiamo consumando le risorse del Pianeta. Incoscientemente. Come Di Caprio allerta le celebrities di Hollywood, è stato ricevuto dal Papa e invitato all’Onu a tenere uno speech, Clavarino ci prova con il jet set ad alta quota, lanciando iniziative, dibattiti, proiezioni.

Before the Flood, un documentario da pugno nello stomaco e come ti riprendi dalle immagini apocalattiche ti arriva un altro cazzotto dalla baia dove muoiono i delfini. Generare elettricità “pulita” dai pannelli solari è un must. Hanno fiutato il business anche gli Emirati Arabi Uniti che la producono all’incirca a metà del prezzo del costo del coal power ( così lo chiamano gli addetti ai lavori, tradotto il potere del carbone). I più ottimisti dicono che entro il 2035 l’energia solare ed eolica sarà la più economica al mondo.

Twitter:  @januariapiromal