Due tra le icone cinematografiche della generazione tra i venti e i trent’anni sono state opportunamente scelte per uno dei film di apertura del nuovo anno, Passengers, per la regia di Morten Tyldum: Jennifer Lawrence e Chris Pratt.

Appassionata di fantascienza e incuriosita dalla presenza di Jennifer Lawrence, attrice della saga di Hunger Games tratta dai libri di utopia distopica di Suzanne Collins per young adult (come si dice oggi) decido di vederlo proprio a Capodanno. Lo so che si tratta solo di un film, che non si propone di indicare percorsi o aprire dibattiti, però man mano che la pellicola procede qualcosa mi mette in allarme.

La storia è quella del viaggio di un’astronave lanciata nello spazio per centinaia di anni verso un nuovo e lontano pianeta: a bordo ci sono oltre cinquemila persone addormentate, programmate per svegliarsi qualche mese prima dell’atterraggio a destinazione. Ma qualcosa va storto, e un passeggero, tecnico elettronico, si sveglia ben novant’anni prima del previsto. A bordo c’è solo un altro essere sveglio, ma non è umano: è il robot-barman, che per oltre un anno sarà la sua unica compagnia.

Che fare? La condanna a non vedere la fine del viaggio è chiara, la solitudine incombe, parte un abbozzo di dilemma morale sulla tentazione di compiere un atto terribile, egoista e crudele, risolto in pochissimo tempo: si addocchia la bella bionda giovane che se la dorme tranquilla, (ovviamente ci si innamora del suo bell’aspetto), e grazie alle proprie conoscenze tecniche la si sveglia, condannandola a condividere un destino non scelto.

Le si farà credere che sia stato un errore, salvo poi che lei scoprirà la verità. Come da copione, fino al disvelamento, i due si amano, diventando i novelli Adamo ed Eva interplanetari.
Peccato che nel caso del paradiso terrestre (versione originale) fosse stato Javè a decretare la creazione della femmina umana per far compagnia al primo uomo. In questa nuova versione di paradiso interstellare, invece, è un uomo a decidere che una donna lo seguirà nel destino claustrofobico di una vita in transito senza poter vedere la meta scelta.

Un uomo che si sostituisce a Dio, e si comporta come un Dio. Interessante.

Lei, giornalista scontenta della vita sulla Terra, non potrà scrivere il tanto desiderato libro sulla nuova colonia umana perché un bel tenebroso di fatto la uccide per avere compagnia (così gli grida lei quando scopre che non si è svegliata per una anomalia dell’astronave).

Magrissima è la consolazione (postuma) di lasciare il romanzo reportage del viaggio verso il nuovo pianeta ai cinquemila che si sveglieranno. Lei si era imbarcata, lasciando la Terra che le stava stretta, per scrivere un libro sull’avventura umana in un nuovo pianeta: non lo farà perché un bel ragazzone non regge la solitudine, e si sostituisce a Dio. Sbaglierò, ma mi pare un messaggio inquietante verso le giovani generazioni persino per un film di fantascienza.