Altri sei rispediti in libertà dal tribunale del Riesame. Ed è probabile una nuova ondata di scarcerazioni il 5 gennaio. Non solo, perché nei prossimi giorni potrebbe lasciare il carcere anche Carlo Solazzo, presunto killer del figlio di un collaboratore di giustizia. A conti fatti, quasi la metà (se non detenuta per altri reati) è già tornata a casa, ma il rischio è che succeda a tutti i 58 uomini arrestati lo scorso 12 dicembre con le accuse, a vario titolo, di associazione mafiosa, omicidio, danneggiamento, traffico di armi e droga. L’operazione Omega, come l’ha ribattezzata la procura antimafia di Lecce, ha smantellato una presunta cellula della Sacra Corona Unita attiva nel Brindisino. Ma le esigenze cautelari, sostiene il Riesame, non stanno in piedi. E sulla vicenda ha messo gli occhi il ministero della Giustizia, anche alla luce di una lettera che i pm hanno inviato al gip affinché rimettesse mano all’ordinanza.

La causa delle scarcerazioni, infatti, non andrebbe ricercata nell’impianto accusatorio impostato dal pm Alberto Santacatterina sotto la supervisione del procuratore capo Cataldo Motta, intanto andato in pensione, ma nelle motivazioni fornite dal gip Vincenzo Brancato. Sarebbero state troppo appiattite sugli atti prodotti dal sostituto procuratore, ovvero insufficienti anche in virtù della riforma delle misure cautelari varata nell’aprile 2015. Il gip è infatti tenuto a motivare in maniera autonoma l’arresto, cosa che, in questo caso – secondo il Riesame – non sarebbe avvenuta. Mancherebbe, insomma, il ruolo proprio del giudice terzo, determinante per chiedere le misure restrittive.

Un difetto di motivazione sul quale vuole vederci chiaro anche il ministero della Giustizia e che sta riportando in libertà alcuni uomini che secondo l’accusa hanno spessore mafioso. Potrebbe essere il caso di Solazzo, presunto killer di Antonio Presta, figlio di un collaboratore di giustizia ed ex boss della Scu, che ha presentato istanza di scarcerazione al Riesame, da discutere nei prossimi giorni. Hanno invece già incassato il parere positivo del tribunale – assieme ad un’altra ventina di presunti affiliati o malavitosi a loro vicini – Benito Clemente e Antonio Saracino, accusati di aver fatto saltare in aria la villetta di un maresciallo dei carabinieri “troppo solerte” nel controllo del territorio. In libertà è tornato anche Pietro Soleti, considerato il referente a San Donaci, in provincia di Brindisi, della Sacra Corona Unita.

Secondo la procura, che ricorrerà in Cassazione contro la decisione del Riesame, l’impianto accusatorio – composto da quattro informative dei carabinieri e le rivelazioni di diversi pentiti – era e resta solido. Ma gli ispettori del ministero inviati a Lecce dal guardasigilli Andrea Orlando hanno ora avviato “accertamenti preliminari” per comprendere la genesi della svista, sulla quale gli avvocati hanno avuto vita facile davanti al tribunale. E potrebbero essere diversi i punti da chiarire. Innanzitutto come e per quale motivo il gip Brancato sarebbe incappato in un simile errore. E poi perché, come emerso davanti ai giudici del Riesame, il pm Santacatterina e il procuratore capo Motta avessero avanzato un dubbio simile allo stesso giudice dopo che questi aveva emesso una prima ordinanza di custodia cautelare. Secondo l’Antimafia leccese, infatti, la redazione del testo della misura rischiava di crollare davanti al Riesame. Il difetto di motivazione è rimasto, nonostante Brancato abbia modificato l’ordinanza.

Gli avvocati degli indagati, ora, puntano il dito proprio verso la lettera inviata dai pm al giudice per le indagini preliminari. Un rapporto che alcuni dei legali definiscono “inquietante”, visto che il pubblico ministero è una parte del processo penale e il giudice è terzo. E il carteggio è deducibile anche dall’ultima pagina dell’ordinanza, dove si legge che questa “sostituisce la n.112/016” datata 3 novembre. Un mese e sei giorni prima di quella definitiva. Tra l’altro, il prossimo 10 gennaio, Brancato rivestirà il ruolo di giudice durante l’udienza preliminare di un altro procedimento penale nel quale figurano come imputati alcuni degli indagati nell’inchiesta dell’antimafia leccese. Gli imputati hanno scelto l’abbreviato, quindi dovrebbe essere proprio Brancato a quantificare l’eventuale pena, trattandosi di un rito alternativo. Vista la delicata situazione creatasi con le misure restrittive decise dallo stesso giudice nell’indagine Omega, i legali potrebbero chiederne la ricusazione.

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