Uno degli ultimi re della mala milanese se n’è andato. Lo ha fatto nell’ombra, dove ormai viveva da tempo. Lontano dalla vecchia vita e dai vecchi giri. Dagli omicidi, dalla droga, dalle sue bische. Fuori dalla galera. Da uomo libero in una località protetta del Centro Italia. Con un’identità tutta nuova. Come capita ai collaboratori di giustizia. E Angelo Epaminonda, il “Tebano”, a Milano era stato uno dei primi a “pentirsi”, a “cantarsela”, a “tradire”. Ma il “Tebano” era stato soprattutto uno dei primi gangster metropolitani insieme a Francis Turatello, Faccia d’Angelo”, e al “Bel René”, Renato Vallanzasca. Protagonisti di una stagione storica e di passaggio per la criminalità meneghina. Trait d’union tra banditi di una ligera ormai al tramonto e boss legati a una mafia sempre più in ascesa. Epaminonda è morto a 71 anni ad aprile. Ma la notizia della sua scomparsa è emersa solo adesso, grazie a una nota del Servizio centrale di protezione dei collaboratori di giustizia. A fine novembre, infatti, Epaminonda doveva presentarsi in aula a Milano per testimoniare al processo per l’omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, ma ormai se n’era già andato.

Il miglior modo di conoscere la sua storia è quello di raccontare la storia criminale di Milano, suo regno incontrastato a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. La capitale morale del Paese ha sempre corso veloce, bruciando i tempi, anticipando costumi e stili di vita rispetto alle altre città. Il suo lato nero non è stato da meno, riuscendo a mantenere lo stesso passo. E’ sempre stato così. Dopo la guerra, mentre altrove le ferite non sono ancora rimarginate, il boom economico sotto la Madonnina è già scoppiato. E allora, dove volete che si trovasse la “grana” se non qui? Quelli delle “tute blu” lo sanno bene. Il 27 febbraio 1958, questa banda di criminali comuni, ex partigiani e “terroni”, mette a segno la rapina di via Osoppo. “La rapina del secolo” la battezzano subito i giornali. Un piano perfetto per un colpo milionario: 580 milioni di lire senza sparare un colpo. Il “capolavoro” della ligera: la vecchia malavita milanese che tra le sue fila conta ladruncoli, rapinatori, “papponi”, biscazzieri, allibratori e truffatori di ogni razza. Mezze tacche, se paragonati ai gangster americani o ai padrini di Cosa nostra. Una malavita “leggera”, appunto. Quella cantata in canzoni come Porta Romana bella e Ma mi. Dove esistono rapinatori come Luciano Lutring, il solista del mitra, che lascia i soldi per il taxi alle impiegate della banca appena svaligiata. Personaggi destinati a estinguersi. Perché i tempi cambiano. E a Milano cambiano ancora più velocemente. Anche se la spinta del boom è finita da un pezzo, qui ci sono sempre più soldi, sempre più lavoro e sempre più voglia di divertirsi. La città criminale è costretta ad adeguarsi ai tempi che corrono e si ingegna per soddisfare le richieste del mercato. Accanto alla buona borghesia cresce una nuova generazione di criminali: più spregiudicati, più ambiziosi, più violenti. Imprenditori e banditi con buoni quarti di nobiltà criminale entrano in contatto. Nelle bische e nei night inizia ad estendersi quella zona grigia che salda interessi, amicizie e connivenze. Tutti vogliono vivere alla grande. Tra tavoli verdi e coca. Belle macchine e donne.

Tra loro c’è anche Angiolino il Tebano, che deve il soprannome all’omonimia con quell’Epaminonda che guidò Tebe contro gli spartani. Figlio di immigrati catanesi arrivati dopo la guerra a Cesano Maderno, in Brianza, ad Angiolino piace la bella vita. Vuole scrollarsi di dosso la povertà che si porta dietro da quando è nato. Ma il suo non è un riscatto politico come quello rivendicato dalla banda di Pietro Cavallero, rapinatori comunisti in trasferta da Torino che colpiscono le casseforti del Capitale: le banche. E che a Milano lasciano sui marciapiedi tre morti ammazzati durante un inseguimento con la polizia. E’ il 25 settembre 1967, la rivolta inizia a deflagrare in tutta Italia. Milano è un laboratorio di lotta e di terrore. Qui le contraddizioni della nuova Italia post industriale sono più evidenti che altrove. Qui nasce il Collettivo Metropolitano, embrione delle Br. Qui nasce la strategia della tensione inaugurata con la madre di tutte le stragi, quella di Piazza Fontana. Ad Angelino però interessa solo mettere le mani su una fetta di ricchezza che gli spetta. Ma al lavoro preferisce le bische. Entra presto nel giro che conta. Si fa le ossa all’ombra di un pezzo da novanta come Francis Turatello, il signore del gioco d’azzardo e della droga, forte dei contatti con il clan dei marsigliesi e con i boss di Cosa nostra e camorra. Diventa il suo braccio destro, anche se poi verrà sospettato di essere il mandante del suo spietato omicidio nel carcere di Badu ‘e Carros per mano del killer di Raffaele Cutolo, Pasquale Barra. Un’esecuzione spietata di cui nessuno ha mai capito il movente. Con Faccia d’Angelo uscito di scena nel 1981, è Angiolino a prendere in mano il business del gioco d’azzardo, della cocaina e dell’eroina che inonda i salotti e le strade di Milano. Non solo. Perché Turatello gli lascia in eredità le buone entrature con la mafia che conta. E così, mentre i ragazzi di malavita della Magliana iniziano la loro personale conquista di Roma, nella capitale del Nord, il Tebano e i suoi “indiani” diventano i padroni di una piazza sempre più grande da spartirsi con quelli della Comasina capeggiati dal Bel René.

Strada e salotti. Angiolino non dimentica da dove viene, e sa come comportarsi negli ambienti che contano. Un mucchio di soldi inizia a girare nelle mani della sua banda. E quando ci sono tanti soldi di mezzo è più facile che qualcuno litighi. E’ il periodo in cui a Milano si conta una media di 150 omicidi all’anno. Angelino si macchia di una delle mattanze di quella stagione. Nell’inverno 1979, in via Moncucco, vengono uccise otto persone. E’ la strage del ristorante “La strega“. Conti da regolare per il controllo del gioco e della droga. Nell’84 però il suo impero crolla. Viene arrestato e inizia a parlare. Confessa 17 omicidi. Aiuta gli inquirenti a ricostruirne altri 44. Fa nomi di sodali e di colletti bianchi. Di politici e di giudici. Diventa uno dei primi “pentiti” su al Nord. Le sue parole portano al primo maxiprocesso a Milano. Lui intanto viene condannato a 29 anni, anche se la maggior parte li sconta agli arresti domiciliari in località segrete. Nel 2007 torna ad essere un uomo libero. Anche se non potrà mai riacquistare la sua vera identità perché in tanti ancora lo odiano. Nel giro è ancora considerato un “infame”. Lui lo sa, lo scrive nella sua autobiografia: “Io, il Tebano“. Sa anche che non bastano i decenni a lavare una macchia come quella. Lui ha parlato, Turatello è morto con la bocca cucita. Gli affari si regolano secondo un codice e Angiolino quel codice l’ha infranto. Riesce comunque a costruirsi una nuova vita e a sfuggire ai vecchi fantasmi. Non alla morte però, che se lo è venuto a prendere nel silenzio in cui si era rifugiato.