Sono sopravvissute al referendum, ma non brindano. Anzi, hanno già fatto partire la potenziale conta dei danni: oltre 100mila chilometri di strade senza manutenzione e 5mila scuole a rischio. Perché senza finanziamenti urgenti in grado di sterilizzare gli ulteriori tagli già previsti, le 76 Province delle regioni a statuto ordinario rischiano il default, qualora non versino già in quello stato come Caserta, Vibo Valentia e Biella o siano vicine a un punto di non ritorno come quasi tutte quelle pugliesi e piemontesi. La riforma Delrio è rimasta a metà, sospesa nel limbo dopo la bocciatura della riforma Boschi che avrebbe dato l’ultima mano di bianchetto sull’ente intermedio già ridimensionato in strutture, personale e competenze da leggi degli scorsi anni. E’ invece riemerso, ma impaludato a tal punto che da nord a sud l’allarme dei presidenti è univoco: “Senza soldi, non siamo in grado di redigere i bilanci, mettendo a rischio i servizi fondamentali che rientrano ancora tra le nostre competenze”. Chilometri e chilometri di strade e migliaia di scuole, appunto.

Nonostante la dieta imposta dal 2015, infatti, le spese restano. Nel 2013 erano 7,5 miliardi e ora si è scesi a 4,8 finanziati in maniera fantasiosa con imposte sull’Rc auto e i passaggi di proprietà. Troppo poco per tenere su la baracca, almeno stando ai calcoli dell’Unione Province Italiane che ha già lanciato l’allarme. Subito dopo il referendum, il presidente Achille Variati ha scritto a Sergio Mattarella, invocando un intervento: “A causa degli tagli insopportabili a cui siamo stati sottoposti, ci troviamo nell’impossibilità di predisporre i bilanci per il 2017. La conseguenza di questa emergenza avrà, se non risolta, ripercussioni pesantissime sui servizi ai cittadini la cui erogazione non potrebbe più essere garantita”. Tradotto: serve un decreto legge per risolvere i nodi sui bilanci delle Province, non sciolti dalla legge di Bilancio.

Non sono stati solo gli effetti del referendum a travolgerle, infatti, ma anche la caduta del governo Renzi. L’accelerazione obbligata del bilancio nell’aula del Senato ha impedito che venisse deciso come ripartire tra gli enti locali i soldi confluiti nel “Fondone”. E ora serve un intervento, altrimenti le Province non sapranno come predisporre i propri bilanci, da approvare entro il 28 febbraio. Parliamo di almeno 650 milioni da destinare all’ente sopravvissuto anche grazie al No, che non basterebbero per coprire le spese ma consentirebbero almeno di non tirare ulteriormente la cinghia, arrivata già abbondantemente all’ultimo buco disponibile. Alla sforbiciata da 1,3 miliardi di quest’anno, nel 2017 sono previsti ulteriori tagli per 650 milioni. L’intervento al Senato sarebbe servito per sterilizzarlo, destinando una cifra identica del Fondone. Ma le tappe forzate della crisi di governo hanno ingarbugliato la situazione e ora la patata bollente è nelle mani dell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni.

Secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it da fonti parlamentari, prima di Natale (probabilmente martedì o mercoledì) il consiglio dei ministri dovrebbe varare un decreto – o forse direttamente un decreto del presidente del Consiglio, per accelerare l’iter – che ripartisca le risorse confluite nel Fondone così da dare ossigeno alle Province. Rassicurazioni in tal senso sarebbero state date dal neo ministro Claudio De Vincenti a colleghi di partito che si stanno occupando di alcune questioni spinose riguardanti le proprie province di appartenenza. I 650 milioni (più 250 per le Città metropolitane) sarebbero quindi in arrivo. “Devono fare in fretta, un altro taglio sarebbe insostenibile – spiega il presidente dell’Upi, Achille Variati al Fatto.it – Bisogna ricordare che le Province in questo momento sono amministrate dai sindaci in maniera sobria e gratuita. Quelle risorse non sarebbero comunque sufficienti, ci arrangeremo. Però sia chiaro: noi tagliamo e limiamo il possibile, ma non faremo i becchini dei servizi per conto dello Stato”.