Aleppo è il simbolo di un’enorme ingiustizia, che non ha fine. Un’ingiustizia cominciata nel 2011, quando la comunità internazionale non ha voluto sostenere il movimento pacifista siriano che chiedeva la fine di una dittatura cominciata nel 1970, quando Hafez al Assad, con un colpo di Stato, prese il potere che passò in eredità a suo figlio, Bashar al Assad. Aleppo è il fallimento della comunità internazionale, incapace di imporre un cessate il fuoco; di consegnare aiuti umanitari a meno di non riuscire ad avere il benestare della Russia, padrino del regime siriano.

L’impunità è un’altra costante di questo fallimento: i bombardamenti aerei indiscriminati, giustificati da Damasco e Mosca come “intelligenti e contro il terrorismo”, a cui nessuno si è opposto. Questa mancanza di opposizione – di indignazione collettiva -, in fondo, deriva dal fatto che c’è una preoccupazione maggiore verso i movimenti radicali, piuttosto che verso un genocidio compiuto da un leader in giacca e cravatta. Da questa paura, quella del fondamentalismo, è maturata una politica a doppio binario da parte dell’Occidente democratico: per mantenere una parvenza imbalsamata di tutori delle libertà e della democrazia condannavano i bombardamenti su Aleppo, come hanno fatto per Homs – città assediata per oltre due anni – e nei salotti della diplomazia continuavano a incontrarsi con gli esponenti del governo di Assad per cooperare.

Poi, c’è il fallimento della Siria stessa: finita in mano a potenze regionali e internazionali. L’accordo raggiunto ad Aleppo, mediato da Russai e Turchia, significa che Assad e l’opposizione politica sono in mano agli interessi di altri stati che sulle macerie del paese. Mai nel Medioriente c’è stato un paese che ha visto così tanti paesi intervenire, direttamente o indirettamente, come la Siria.

Infine, c’è il nostro fallimento: quello di non riuscire a dare il giusto peso a questa tragedia che oggi tocca un nuovo apice, ad Aleppo, ma che continuerà a spingere i siriani nel fondo di un baratro che, almeno oggi, occupa qualche colonna su qualche giornale.