Da Mohadamiyeh a Idlib si viaggia sugli autobus verdi che prima della guerra a Damasco erano usati come mezzo pubblico. “Ci hanno mandato a morire da un’altra parte – racconta chi ha deciso di partire dal sobborgo a sud ovest della capitale per provare a salvarsi la vita – siamo passati dal morire di fame a morire sotto le bombe“. Quelle che ogni giorno cadono sulla città della Siria nord-occidentale e sul territorio che ricade sotto la sua giurisdizione.

Gente normale e ribelli che decidono di arrendersi: il regime di Bashar Al Assad li fa sfollare dalle zone sotto assedio come Aleppo e li manda in aree sulle quali il suo esercito e le forze russe bombardano da mesi, come Idlib, a 30 km dal confine con la Turchia. “Nelle ultime settimane sono almeno 10mila i ribelli che, insieme alle loro famiglie e altri civili, sono stati fatti sfollare in quell’area”, spiega a IlFattoQuotidiano.it Ibrahim Hamidi, giornalista del quotidiano panarabo al Hayath – il governo di Damasco non ha mai svelato i piani dietro questa strategia. Per capire le sue intenzioni ci sono tanti puntini che devono essere uniti”.

Per Hamidi, questo tipo di trattative sono portate avanti solo con le aree “che vengono prima assediate per lungo tempo, costringendo gli assediati a accettare, come unica alternativa, lo sfollamento” nella località scelta dal governo. Pochi giorni fa è toccato a Khan al Sheikh, campo profughi palestinese a sudovest di Damasco, “circa 3000 combattenti hanno deposto le armi ed è stato loro consentito di lasciare la città con le famiglie per dirigersi nella a Idlib a bordo di 52 autobus”, ha annunciato il 7 dicembre l’agenzia di stampa ufficiale russa Tass. A spingere i ribelli a trovare un accordo con il governo sono state – ricorda l’agenzia – “le difficili condizioni umanitarie in cui versa la regione”. Condizioni simili che, a poche decine di km di distanza, hanno spinto altre 2mila persone ad al Tall, città vicino alla capitale, a salire sugli autobus verdi. Ma quella con il campo profughi palestinese è solo l’ultima di una lunga serie d’intese.

Il 27 agosto, a Darrayya, sobborgo di Damasco, assediata per quattro anni dalle forze di Assad, 4mila persone, fra miliziani locali e civili, accettarono di lasciare la località in direzione della regione di Idlib. Il 1 settembre, fu la volta degli assediati nel quartiere del Waer, nella città di Homs. E il 19 ottobre a Moadamiyeh, dove, dopo anni di assedio che ha causato la morte per fame di alcuni civili, si raggiunse un accordo per lo sfollamento degli abitanti e dell’opposizione verso Idlib. “Quando siamo arrivati – racconta Dani Qappani, 28 anni, media attivista, raggiunto telefonicamente a Idlib – alcune organizzazioni umanitarie hanno accolto un certo numero di persone nei campi profughi”. Per gli altri “c’erano due opzioni: chi ha soldi va a vivere in case messe in affitto vicino al confine o in città; chi non ha nulla cerca riparo in abitazioni semi distrutte che di solito sono in zone molto esposte ai bombardamenti”. Così, conclude Qappani, “ci hanno mandato a morire da un’altra parte: dal morire di fame a morire sotto le bombe. Ieri ne sono cadute tre, a poca distanza da casa mia”.

Le bombe piovono da mesi, ma la pioggia si è intensificata da quando, in estate, la Russia ha cominciato a spingere sull’acceleratore: “Bombardieri a lungo raggio Tupolev-22M3 e a corto raggio Sukhoi-34 sono decollati dall’aerodromo di Hamadan in Iran con l’armamento pieno per condurre un bombardamento massiccio contro le strutture dei gruppi terroristici in diverse province siriane” tra cui quella di Idlib, recitava il 16 agosto un comunicato del ministero della Difesa di Mosca. Il 27 ottobre l’Unicef denunciava la morte di 22 bambini in seguito ad un raid su una scuola. Un ulteriore salto di qualità il 15 novembre, quando il ministro della Difesa russo Serghei Shoigu citato dalla Tass annunciava il coinvolgimento, per la prima volta dall’inizio del conflitto, della portaerei Admiral Kuznetsov, a largo delle coste siriane, nelle operazioni a sostegno dei “raid massicci” dell’aviazione contro l’intera regione. L’ultima denuncia degli attivisti antigovernativi è del 6 dicembre: 121 morti in sole 72 ore. Secondo fonti sul terreno dal 20 ottobre scorso almeno 300 civili – di cui 93 bambini e 55 donne – sono stati uccisi a causa della campagna aerea russo-governativa nella regione.

Ora analoga sorte potrebbe toccare ai miliziani dell’opposizione che rimangono asserragliati ad Aleppo est. Infatti, mentre l’avanzata delle forze leali a Damasco prosegue, appoggiata dall’aviazione russa e da miliziani sciiti, i ribelli avrebbero ricevuto la proposta di un salvacondotto per la regione di Idlib. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha spiegato giovedì sera che l’esercito siriani ha sospeso le azioni contro le forze ribelli nella zona orientale per permettere alla popolazione di lasciare l’area.

Secondo diversi analisti, Assad starebbe mettendo in sicurezza la “Surya al mufida” – la Siria utile -, cioè quella che parte dalle alture del Golan e costeggia la frontiera con il Libano, la costa – enclave alawita – fino a Aleppo. Dopo questa fase, che avrà probabilmente termine con la battaglia di Aleppo, “ne comincerà una nuova” sostiene Hamidi. A Idlib potrebbe cominciare un’offensiva di larga scala.

L’intera regione, nel marzo del 2015, cadde sotto il controllo di ampia coalizione di gruppi d’opposizione, denominata “esercito della conquista”, in cui al Nusra ha un ruolo predominante. “Assad – prosegue il giornalista – potrà appellarsi alla risoluzione Onu che ha inserito al Nusra fra le sigle del terrorismo internazionale e condurre indisturbato la sua battaglia, colpendo indiscriminatamente”. Il governo siriano potrà legittimare i suoi bombardamenti in nome della “guerra al terrore, dicendo di fare la guerra ad al Nusra” ma prima, continua Hamidi, “deve mettere in sicurezza le aree intorno a Damasco: il sobborgo di Duma e la Ghoutha orientale, assediata da anni”. Ma nel teatro siriano il corso degli eventi incerto può cambiare le carte in tavola. “E’ difficile – conclude il giornalista del quotidiano panarabo – decifrare gli obbiettivi dei vari attori, regionali e internazionali, che hanno scopi a breve termine”.