L’agenzia di rating Moody’s mercoledì sera ha rivisto al ribasso le prospettive per l’Italia, portando l’outlook sul credito sovrano della Penisola da stabile a negativo. Questo perché, stando alla sua analisi, la crisi politica che si è aperta dopo la vittoria del No al referendum costituzionale pesa ulteriormente sui già lenti progressi sul fronte delle riforme strutturali in campo economico e fiscale e su una crescita economica piatta, a cui si unisce una produttività stagnante. Senza parlare poi, sottolinea Moody’s, della zavorra rappresentata dall’elevato debito pubblico italiano, i cui obiettivi di riduzione rischiano ora di essere per l’ennesima volta disattesi e rinviati nel tempo a causa “di prospettive di crescita deboli nel medio termine”. Con la conseguenza di aumentare l’esposizione del Paese a eventuali choc sui mercati.

Sul fronte bancario, Moody’s sostiene che l’esito del referendum “aumenta il rischio che le perdite potenziali che derivano dal debole settore creditizio italiano si cristallizzino nel bilancio pubblico, nel caso in cui il No abbassasse le prospettive di una ricapitalizzazione con capitali privati”. Chiaro, anche se implicito, il riferimento a Mps, che mercoledì proprio alla luce della crisi di governo ha chiesto alla Bce di dilazionare fino al 20 gennaio il termine entro cui deve concludere il necessario aumento di capitale da 5 miliardi. Questo mentre, appunto, diventa sempre più probabile la necessità di un intervento “precauzionale” dello Stato per mandare in porto l’operazione imposta dalla vigilanza europea.

Non a caso, nella conclusione del suo comunicato, Moody’s scrive che “considererà un downgrade dell’Italia in caso di ulteriori choc sul bilancio dello Stato, inclusa la necessità di una significativa ricapitalizzazione delle banche da parte del governo“. Allo stesso modo avrebbero un impatto negativo “il rinvio della stabilizzazione e dell’inversione della traiettoria del debito, il deterioramento dell’abilità di assorbire gli choc, un peggioramento del surplus primario e delle condizioni di accesso al credito per lo Stato”.

A condizionare la revisione al ribasso dell’outlook è stata anche la prospettiva di un ulteriore peggioramento dello stato di salute delle finanze pubbliche: “Secondo la Commissione Ue, il deficit strutturale peggiorerà in modo significativo rispetto a quello dei partner dell’area euro e della Ue tra il 2015 e il 2017. Il deficit è atteso assestarsi al 2,4% nel 2016, mancando l’obiettivo dell’1,8%”. Questo perché “una combinazione di tagli fiscali e incrementi di spesa, in particolare l’eliminazione degli aumenti Iva e la decisione di abolire la tassa sulla prima casa, ha limitato il progresso nel ridurlo”.