Anche se la speranza – soggettiva – è sempre l’ultima a morire, il risultato del referendum era prevedibile: troppo eterogenei gli oppositori che sollecitavano la propria parte al No, troppo condiviso l’interesse a bloccare Renzi che costituiva un pericolo per l’establishment consolidato, troppo arrogante Renzi nel cercare lo scontro e ingenuo nel sottovalutare il mix letale costituito dai vecchi marpioni aggregati per l’occasione con la naturale opposizione di chi soffre maggiormente i morsi della crisi, a qualsiasi governo si trovi a gestirla.

Non mi sono quindi stupito stamattina nel vedere i risultati, tranne che nella piccola parte legata al voto dei giovani che mi sembra non abbiano compreso che le loro traversie dipendono dal tran tran del “tiriamo avanti, al domani penserà qualcun altro” perpetrato governo dopo governo per decenni e che le riforme non sono necessarie, ma indispensabili.

Senza stupore, pertanto, me ne sto confortevolmente sul carro dei perdenti, convinto che l’esito del referendum possa essere l’inizio di un grosso problema per il Paese, non per la sua rilevanza presa a sé stante, ma per le circostanze e le condizioni al contorno nelle quali è maturato, per la distribuzione dei Sì e dei No e per l’effetto domino che potrebbe attivarsi.

Il fronte del No ha eretto una barricata – solida, come si è visto – per la seconda volta in 20 anni a un tentativo di adeguare Costituzione e sistema parlamentare ai tempi e di rivedere la scelta di maggior potere alle Regioni che tanti danni ha già causato. Le due proposte di riforma si somigliavano parecchio e la logica avrebbe suggerito che su di essa convergesse il consenso di entrambe le parti che le hanno presentate in tempi diversi. Viceversa le stesse motivazioni che spinsero il centrosinistra a bocciare quelle proposta da Berlusconi hanno motivato il centrodestra (non i suoi elettori, ritengo) a respingere questa: abbattere il governo. Questa considerazione mi conferma nell’opinione che la faziosità che permea la nostra vita politica e che ha radici storiche di secoli fa ci impedirà sempre di anteporre l’interesse dello Stato a quello di parte e ciò, che è già deleterio in  tempi normali, può essere fatale in tempi di crisi eccezionale.

Proprio nelle zone del paese nelle quali sono più evidenti i danni gravissimi delle autonomie regionali è stata maggiore la concentrazione dei No a una riforma che voleva ridurre tali autonomie. Basti pensare alle condizioni della Sanità nelle regioni del Sud, voragine di spesa per erogare servizi neppure pensabili per un cittadino che viva nel centro nord. A Milano, che viene correntemente rappresentata come l’area d’Italia maggiormente innovativa, efficiente ed economicamente solida, ha prevalso il Sì; a Napoli e Palermo, dove mi pare che i danni prodotti dalla vecchia politica siano maggiori, il No ha prevalso con il 70% dei voti; tanto peggio, tanto meglio sembrerebbe.

Persino il rancore verso Renzi sembra non commisurato alle effettive responsabilità del suo governo. A Renzi è stato imputato di tutto e ben oltre i suoi incontestabili errori: oltre al biasimo per  il Jobs act, per gli 80 € e per l’Ape (probabilmente unico strumento oggi sostenibile per reintrodurre un po’ di flessibilità nei pensionamenti), è stato aggredito per la firma del contratto degli statali sottoscritto, si badi bene, anche dai sindacati (conniventi?), per il bonus giovani e per l’atteggiamento verso l’Europa ed è curioso che a vomitargli addosso in modo incontinente siano stati anche coloro che biasimavano i governi precedenti per la sudditanza nei confronti dell’Europa, la rigidità della riforma Fornero, il blocco degli stipendi etc.

Ora ci aspetta un periodo turbolento, del quale porta una parte di responsabilità Renzi stesso, che ha legato indissolubilmente l’esito del referendum al consenso al governo e pertanto, conseguentemente, ne ha tratto le conclusioni.

L’eterogeneo fronte dell’opposizione non ha alcuna possibilità né intenzione di formare un governo e il massimo possible sembra essere di arrivare alle elezioni con una legge elettorale che almeno prevenga maggioranze radicalmente diverse in Camera e Senato, peggio che nel passato. Chiunque traghetterà verso le elezioni sarà già in partenza un’anatra zoppa nei confronti dell’Europa e delle sfide mondiali e pertanto c’è da spettarsi un governo abbastanza etero-diretto con tutto quello che ciò significa in termini di sangue, sudore e lacrime, con buona pace di chi si lamentava degli 80 €, dell’Ape e del Jobs act.

In attesa di un governo completamente populista, che ci dia il colpo di grazia, a meno che non nasca davvero il Partito della Nazione per coagulare quel 40% di elettori che, pur perdendo il referendum, hanno marcato la distanza da PD, PdL, Lega e M5S per i quali avevano magari votato alle ultime elezioni; perché è ormai evidente che la differenza non è più tra destra, centro e sinistra, ma tra riformismo e conservazione.