Solo un anno fa l’operazione Jweb fece tornare alla ribalta un nome che riecheggiava da tempo in diverse inchieste europee, Italia comprese, sul terrorismo di matrice islamica. Quello del mullah Krekar accusato dalla Procura di Trento di “dirigere cellule” di jihadisti “dal carcere in Norvegia”. Alcuni degli arrestati erano già stati scarcerati in sede di indagini preliminari.

Per Faraj Ahmad Najmuddin, considerato il fondatore nel 2001 del gruppo terroristico Ansar Al-Islam (I partigiani di Allah), però l’Italia aveva chiesto a Oslo l’estradizione a cui Roma ha dovuto rinunciare perché il gip di Trento ha revocato l’ordinanza cautelare nei suoi e dunque non c’è più alcun titolo da eseguire. Il curdo iracheno, detenuto in Norvegia, è da anni sospettato di essere a capo di un gruppo che voleva instaurare un califfato al posto del governo eletto in Kurdistan, di preparare attentati in Europa, reclutare combattenti per il jihad, ma nessun mai è riuscito a processarlo. Oggi il religioso, che pregò per gli stragisti islamici entrati in azione nella redazione di Charlie Hebdo, verrà rilasciato.

Il 23 novembre scorso la Corte Suprema norvegese aveva respinto l’appello presentato dall’indagato aprendo di fatto la strada al suo trasferimento in Italia. Il suo avvocato Brynar Meling aveva annunciato che avrebbe chiesto al dipartimento di giustizia di bloccare il provvedimento di estradizione basato sull’ordinanza poi revocata. Krekar, 60 anni, ha una lunga storia giudiziaria che si incrocia anche con l’Italia. L’uomo è approdato in Norvegia nel 1991 con la famiglia ed ha ottenuto lo status di rifugiato. Dopo gli attentati dell’11 settembre è stato più volte arrestato e rilasciato dalle autorità di Oslo. Dalle indagini svolte erano emersi suoi contatti con i vertici di Al Qaeda ed in una perquisizione gli è stata sequestrata un’agenda che conteneva il numero telefonico di Al Mussab Al Zarqawi. Un uomo pericoloso per molti servizi segreti tanto che, secondo alcune inchieste giornalistiche, Krekar sarebbe stato anche oggetto anche di un tentativo della Cia – sventato dalle autorità norvegesi – di prelevarlo in un’operazione di extraordinary rendition simile a quella fatta a Milano per Abu Omar.