Il sostegno pubblico è un grande problema per l’industria nucleare in Europa, soprattutto dopo Fukushima. Può l’industria nucleare riconquistare l’opinione pubblica in Europa? Se lo è chiesto Jean-Paul Poncelet, ex ministro dell’energia del Belgio, al Forum europeo sull’energia nucleare a Bratislava, affermando che se i tempi di costruzione e i preventivi di spesa fossero rispettati la sfida sarebbe facilmente vinta e l’opinione pubblica ci ripenserebbe. Ma, aggiunge, bisognerebbe riformare il mercato dell’energia sostenendo con soldi statali “contratti per differenza” che favoriscano il nucleare e il sequestro di CO2 da centrali a carbone. Si fissano prezzi bassi di esercizio e se si sforano i costi il rischio lo corre lo Stato, a cui andranno comunque a carico la gran parte dei costi di smantellamento. Sembra di essere incredibilmente tornati a trent’anni fa con la scusa che la decarbonizzazione – ritenuta da tutti necessaria per ragioni climatiche – non possa prescindere dal sistema centralizzato attuale e cioè da nucleare e dal carbone con cattura di CO2.

Così si cerca di ricaricare sui consumatori i costi enormi di tecnologie insicure e dannose alla salute, ben sapendo che i costi di riparazione degli incidenti ricadranno al di fuori delle grandi imprese energetiche. Tuttavia, il rilancio del nucleare (ce lo dovevamo aspettare, visto che dopo la Cop 21 di Parigi non sono alle viste grandi novità e la temperatura del pianeta sale irrimediabilmente) trova grandi inciampi ovunque, anche se gli si spiana la strada. In Italia sono state chiuse le centrali atomiche da quarant’anni, ma il nostro sistema elettrico e le nostre bollette continuano ad essere influenzate dal nucleare. Perché?

Motivo base è che siamo importatori di elettricità: lo siamo non perché non siamo in grado di produrre tutta quella che ci serve (anzi avevamo troppe centrali e ne stiamo chiudendo parecchie), ma perché esistendo dal 2004 un mercato all’ingrosso aperto a qualsiasi produttore, la zona Nord (quella che consuma più elettricità), acquista in maniera regolare dalla Francia nucleare, perché costa (o meglio costava) meno di quella che produciamo in Italia con il gas. Nel 2015 ne abbiamo importata una quantità pari a 50.849 GWh. Dalla Francia ne sono arrivati direttamente 15.520 GWh mentre ben 24.414 GWh sono stati importati dai tralicci che ci mettono in comunicazione con la Svizzera. Ma i reattori invecchiano e quelli transalpini hanno quasi tutti raggiunto i quarant’anni di attività e con l’età appaiono gli inevitabili acciacchi. Oggi 21 reattori sono fermi dal 18 ottobre, 9 per normale manutenzione e 12 per ordine dell’Autorità preposta alla sicurezza nucleare (ASN). Ventun reattori fermi su 58 sono un numero rilevante (più di un terzo) e ovviamente in questo momento i reattori servono a produrre per i consumi francesi e all’aumentare della domanda aumenta il prezzo, per cui l’elettricità francese è diventata più costosa di quella italiana. Ma c’è anche una questione che riguarda il metano. Anche se l’Enel chiude le sue 30 centrali gas e carbone, ci sono sempre quelli come Eni, Sorgenia, Edison e A2A che hanno interessi a farle funzionare perché lo Stato garantisce di spartirsi 15 miliardi di incentivi fossili.

Purtroppo i grandi impianti hanno sempre richiamato corruzione e alleanze chiacchierate. Nel caso dell’atomo, le potenze militari hanno il pallino in mano e le lobby hanno sapore anche politico. E’ di questi giorni la notizia che il commissario Ue per l’Energia Günther Oettinger ha usato da Bruxelles a Budapest un aereo privato, nonostante la disponibilità di scelta fra quattro voli commerciali. Insomma, il commissario ha dovuto riconoscere che l’aereo è stato messo a disposizione da un uomo d’affari tedesco con forti legami col Cremlino. Oettinger ha volato tra le capitali il 18 maggio, con Klaus Mangold, un console onorario russo in Germania, su invito del primo ministro Viktor Orban per una conferenza sul tema “l’auto del futuro”, ma con il sospetto che il vero oggetto fosse l’aggiudicazione di un contratto di appalto pubblico senza gara alla compagnia russa Atomic Energy Corporation (Rosatom) per costruire due nuovi reattori nucleari in Ungheria.

Ma non è finita. L’offensiva nucleare e fossile si riverbera al solito nello sfavorire le fonti rinnovabili (è quel che sta facendo la “riforma” della Costituzione con l’avocazione al governo delle decisioni sull’energia che spettavano ai territori e alle regioni). La Commissione Ue starebbe per inserire nella proposta di direttiva sul market design elettrico limitazioni alla priorità di dispacciamento per l’energia da rinnovabili, con pesanti effetti per la competitività delle fonti pulite. Molto negativa sarebbe l’introduzione di sistemi, che permettono ai produttori di energia elettrica di guadagnare denaro dalla loro capacità di generazione inutilizzata, sovvenzionando così i combustibili fossili e minando le fonti rinnovabili. Senza un tetto rigorosamente fissato di emissioni di CO2, saremmo in presenza di sussidi velati per i combustibili fossili che vanno in centrali. Eppure in Europa siamo già in sovracapacità di produzione elettrica! Questo nuovo regolamento mette in discussione l’accesso al mercato prioritario di cui godono le energie rinnovabili. E allora le promesse di Parigi e Marrakesh si tramutano in… balle!