“Dove sei?”, “Su via Cavour, ti aspetto qui, vedo già sfilare il corteo”, “Ma sei sicura che vedi proprio il corteo? Perché noi ci stiamo muovendo adesso”. A volersi incontrare ieri sarebbe stato impossibile, perché c’era una marea umana a sfilare per le strade di Roma. Un fiume di gente tra la testa e la coda di un corteo infinito, che si estendeva a perdita d’occhio e relativizzava le distanze dentro una città attraversata dalla manifestazione #nonunadimeno.

Chilometri di donne, uomini, famiglie, cittadine e cittadini, riuscivano a tenere inseme un coro unico di 200mila persone. Perché quella di ieri è stata una delle più grandi manifestazioni degli ultimi 20 anni. A organizzarla sono state le piazze che dal giorno dall’uccisione di Sara Di Pierantonio, bruciata viva dal suo ex fidanzato in zona Magliana, hanno iniziato a riempirsi di donne per mettere sul piatto della bilancia quello che manca per dare sostanza alle parole diritti e pari opportunità.

Prima la rete Io Decido, che insieme a Dire – Donne in rete contro la violenza – e all’Udi – Unione delle donne in Italia, sono state le promotrici dell’appello. Poi decine e decine di associazioni, singoli, realtà territoriali, che da tutta Italia hanno aderito alla piattaforma.

Cosa ha fatto la differenza ieri, rispetto al passato? Che quella di ieri è stata per davvero la manifestazione di tutte e di tutti. Gruppi organizzati, reti, associazioni, ma non solo. Gente comune, madri nelle mani delle loro figlie e dei loro figli, donne nelle mani di altre donne, compagni e compagne, amiche insieme ad altri amici, hanno attraversato insieme non solo le strade di una città, ma i contenuti di un appello che vede nella parità di genere, nel contrasto agli stereotipi, nella cultura del rispetto, nella libertà delle donne, nella responsabilità delle istituzioni, nella formazione nelle scuole, nelle libertà di scelta, nel finanziamento dei centri antiviolenza e nella parità dei ruoli sul posto di lavoro come in famiglia, le sue parole chiave.

Se è vero che le strade libere le fanno le donne che le percorrono, ieri le strade di Roma erano finalmente libere dalla paura ma piene di contenuti. Su tutto ha pesato l’assenza della sindaca di Roma. La prima donna nella storia della città a ricoprire quel ruolo, non ha trovato il tempo di camminare al fianco delle altre donne. Così come pesa, ancor più, la chiusura di quel centro antiviolenza del Comune di Roma, Sos Donna h24, che a distanza di sei mesi dalle promesse della sindaca Raggi, prende ancora muffa dietro i sigilli.

Ecco, è proprio questo che dobbiamo scongiurare all’indomani della manifestazione #nonunadimeno. Le promesse, la disattenzione, la noncuranza istituzionale con cui si affronta il tema delle pari opportunità e della violenza contro le donne, prima e dopo il 25 novembre.

Al netto del grande successo del corteo di ieri, è quello che verrà dopo a contare molto di più, perché la piattaforma promossa da #nonunadimeno è ricca di contenuti e si orienta su quattro macro aree – il piano legislativo, i Centri antiviolenza e i percorsi di autonomia, l’educazione alle differenze, la libertà di scelta e l’interruzione volontaria di gravidanza – sulle quali avviare percorsi di discussione ma anche richieste.

Perché per sconfiggere la violenza di genere, non c’è nessuna repressione, nessun Fertility Day, nessun piano strategico se privo di risorse, ma finanziamenti certi ai centri antiviolenza, alle università e nelle scuole. E per combattere gli stereotipi, sui quali la violenza trova terreno fertile, bisogna parlare di cultura del rispetto, di femminilizzazione del lavoro, di precarietà, di diritti negati, di servizi e sportelli chiusi, di educazione all’affettività, di tagli alla sanità, di obiezione di coscienza. La violenza ha molte forme. E in 200mila ieri abbiamo detto di volerle distruggere tutte.

Rivoluzionarie, gentili, determinate, allegre, unite, ironiche, severe, autorevoli, femministe. Noi, ieri, eravamo #nonunadimeno