La presidente della Camera Laura Boldrini, nella giornata dedicata a chi si oppone alle violenze contro le donne, ha deciso di pubblicare i nomi e i commenti di chi usa la rete per inviarle messaggi di odio e di violenza. Non si tratta di legittima critica politica, ma di veri e propri inviti allo stupro, alla violenza fisica, alla soppressione del nemico, anzi della nemica.

Le sue parole contro i muri del razzismo suscitano reazioni che ricordano le più tristi stagioni dello squadrismo fascista, nelle sue declinazioni vecchie, nuove e nuovissime. L’accanimento è acuito dal suo essere donna, una differenza di genere che scatena le peggiori pulsioni nei suoi “picchiatori”, in gran parte maschi. La decisione di pubblicare i loro nomi ha suscitato qualche perplessità in chi teme che si voglia comprimere il diritto alla critica e aprire la strada alla regolamentazione autoritaria della rete. Al contrario solo una dura e quotidiana azione di contrasto del linguaggio dell’odio potrà rendere più credibile l’impegno di chi contrasta, ogni giorno, bavagli e censure.

L’articolo 21 della Costituzione non ha nulla a che spartire con gli inviti allo stupro, all’antisemitismo, alla soppressione fisica del nemico di turno. Questi comportamenti sono già sanzionati e sanzionabili e, proprio per questo, non servono leggi speciali. Quello che serve è l’azione individuale, la denuncia pubblica dei nomi di chi, nascondendosi dietro la libertà di informazione, mina i valori della convivenza civile e oltraggia la dignità della persona.

Vale per Laura Boldrini, deve valere per tutte le donne e per tutte le persone, a prescindere dal sesso, dal colore della pelle, delle convinzioni politiche o religiose. Invece di perdere tempo a criticarla per la sua scelta di pubblicare i nomi degli squadristi, sarà il caso di cominciare a contrastarli, dentro e fuori le piazze mediatiche, prima che sia troppo tardi.