Il 7 giugno 2015, il partito di Erdogan, pur ottenendo più del 40% dei consensi, era uscito dalle urne sconfitto o, per lo meno, ridimensionato. Per la prima volta dal 2002, l’Akp non aveva i numeri per governare da solo. Figurarsi per cambiare la costituzione in senso presidenzialista, come annunciato in campagna elettorale. I risultati delle elezioni erano sembrati una pietra tombale su ogni progetto che andasse in questa direzione. Secondo alcuni commentatori i turchi avevano voluto punire Erdogan proprio perché non erano disposti a seguirlo su questa strada. A meno di un anno e mezzo da quelle elezioni, tutto è cambiato e la riforma presidenzialista sembra ormai a portata di mano. In realtà ad Erdogan erano serviti meno di cinque mesi per riconquistare i voti perduti e guadagnarne di nuovi.

Grazie anche all’incapacità dell’opposizione di formare una coalizione e di provare (anche solo temporaneamente) a governare, a novembre c’erano state nuove elezioni e, questa volta, l’Akp aveva raccolto più del 50% dei voti. Anche all’indomani di un simile successo, tuttavia, la strada per il presidenzialismo non pareva spianata, visto che l’Akp non aveva, comunque, i numeri per modificare la costituzione senza l’aiuto dell’opposizione. Dopo il tentato colpo di stato del 15 luglio, però, la popolarità di Recep Tayyp Erdogan è salita alle stelle in Turchia e almeno una parte dell’opposizione, i nazionalisti dell’Mhp, pare pronta a votare la riforma. Il partito di maggioranza ha 316 seggi e, per cambiare la costituzione, servono almeno 330 voti su 550 seggi, poi bisogna sottoporre la riforma ad un referendum. Un numero che potrebbe essere raggiunto con l’aiuto dei 40 parlamentari dell’Mhp. Con 367 voti, poi, non è neppure più necessario il referendum ma dall’Akp, forte del consenso di Erdogan nel Paese, dicono che vorrebbero sottoporre la riforma al giudizio popolare anche qualora non fossero obbligati a farlo.

Ma quali sono i cambiamenti che porterebbe la nuova costituzione? Per prima cosa, in un sistema presidenzialista, ovviamente, Erdogan avrebbe maggiori poteri. Poteri che in molti casi sono, comunque, già nelle sue mani, in quello che molti considerano un presidenzialismo de facto. Basti pensare alla recente vicenda della legge sugli abusi sui minori presentata la scorsa settimana e non soltanto ritirata ma addirittura cancellata dopo l’intervento di Erdogan che ha messo la parola fine a giorni di polemiche. Al momento, inoltre, per la carica di presidente è in vigore il limite di due mandati. Questo significa che Erdogan potrebbe ricandidarsi nel 2019 ma sarebbe per lui impossibile, qualora vincesse, ripresentarsi nel 2024. La riforma, invece, farebbe ripartire il conteggio da zero e quindi gli consentirebbe di restare in sella fino al 2029. E tutto questo assumendo i nuovi poteri immediatamente dopo l’approvazione della costituzione, ovvero all’indomani del voto referendario.

La bozza della riforma, che non è ancora stata resa pubblica, è stata sottoposta al vaglio dell’Mhp che pare disponibile a trovare un compromesso e a votare insieme all’Akp. Secondo alcune indiscrezioni, riportate nei giorni scorsi dalla Reuters che cita come fonti due funzionari di alto rango, con la nuova costituzione il presidente, che avrebbe due vice, potrebbe emanare decreti su diverse materie senza bisogno di consultare il Parlamento. Avrebbe inoltre il potere di nominare i vertici militari e dell’intelligence, i rettori dell’università, burocrati di alto livello e autorità giudiziarie. Molti dei poteri, insomma, di cui dispone temporaneamente, per via dello stato d’emergenza dichiarato dopo il tentato golpe. Ed è stato Veysel Eroglu, ministro per le Politiche idriche e forestali, a dichiarare che il nuovo sistema non prevederebbe la figura del primo ministro.

Ad opporsi a questo cambiamento, oltre al partito filocurdo Hdp (i cui leader sono però in carcere e devono difendersi dalle accuse di terrorismo e di legami con il Pkk), ci sono i socialdemocratici del Chp che, però, con il 25% dei voti, non possono ostacolare più di tanto il progetto di Erdogan. Soprattutto se l’Mhp dovesse decidere di appoggiarlo. Le ipotesi sul piatto allarmano ulteriormente l’Europa, i cui rapporti con la Turchia sono ai minimi storici. L’Ue critica i repulisti del dopo golpe in Turchia che hanno portato alla rimozione o al licenziamento di oltre 110mila pubblici ufficiali e all’arresto di più di 35mila persone ritenute collegate alla rete di Fethullah Gulen. Erdogan accusa, invece, l’Europa di sostenere il terrorismo e di non prendere alcun provvedimento, per esempio, nei confronti degli uomini del Pkk, nonostante l’Unione abbia inserito l’organizzazione nella lista dei gruppi terroristi. L’Ue non vede di buon occhio la riforma presidenzialista, temendo il potere che si concentrerebbe nelle mani di Erdogan ed è anche preoccupata per la possibilità di una reintroduzione della pena di morte da parte di Ankara.

Erdogan, dal canto suo, ha detto che anche per la pena capitale ci si potrebbe rivolgere al popolo con un referendum e, stando, agli ultimi sondaggi il 71% dei turchi sarebbe favorevole al provvedimento. La crisi tra Unione e Ankara certo non si attenuerà dopo la votazione del Parlamento Europeo, che ha approvato giovedì 24 novembre una risoluzione, non vincolante, per il congelamento dei negoziati di adesione della Turchia. Una votazione che se ha soltanto valore consultivo, ha comunque ottenuto il risultato di fare infuriare Ankara. Ma anche gran parte della popolazione, se è vero come indicano recenti sondaggi (condotti da Mak Danismalik e riportati dalla rivista Il Nuovo Levantino) che ormai il 64% della popolazione voterebbe no alla continuazione dei negoziati con Bruxelles. Proprio quello che Erdogan vorrebbe chiedere all’inizio del prossimo anno con un eventuale referendum, una sorta di Brexit in salsa turca. D’altra parte la sfiducia dei turchi nei confronti dell’Ue e negli interminabili negoziati era già emersa a giugno quando secondo un altro sondaggio l’82% della popolazione aveva dichiarato di ritenere che l’Unione non fosse sincera con Ankara e che non avesse mai davvero voluto la Turchia in Europa, in quanto Paese musulmano.