Barack Obama getta acqua sul fuoco. La prima conferenza stampa concessa ieri dal presidente dopo il voto è stato un esercizio di rassicurazione. “Questo lavoro ha la capacità di risvegliarti”, dice Obama, alludendo a come il mestiere di presidente cambierà anche Donald J. Trump. “Non è un uomo ideologico”, aggiunge Obama, che scommette anche che il nuovo presidente terrà fede a tutti gli impegni internazionali degli Stati Uniti. Il fatto è che, proprio mentre Obama parlava ai giornalisti, Trump era al telefono con Vladimir Putin e metteva in discussione uno dei pilastri della politica estera americana di questi anni: il rapporto con la Russia.

La conferenza stampa è stata convocata da Obama poco prima della partenza per Grecia, Germania e Perù, gli ultimi Paesi che visiterà prima di lasciare la Casa Bianca. L’obiettivo è chiaro: rassicurare il mondo che la politica degli Stati Uniti non cambierà – o non cambierà in modo sostanziale. “Con me, il presidente-eletto ha espresso grande interesse nel mantenere le nostre relazioni strategiche più importanti e posso testimoniare del suo impegno nei confronti delle Nato e della Trans-Atlantic Alliance”, spiega Obama, che non fa cenno al fatto che Trump ha definito l’Alleanza Atlantica “obsoleta” e minacciato di non venire in aiuto di quei Paesi che non si impegnano a finanziarla con il 2 per cento del loro Pil. Obama si mostra anche convinto che esiste “un gap di retorica” tra quello che Trump dice sull’accordo nucleare con l’Iran e la realtà. L’intesa con Teheran non salterà, fa intendere Obama, come non verranno cancellati altri pilastri della politica internazionale di questi anni.

Se dalla Casa Bianca ci trasferiamo qualche centinaia di chilometri più a nord, nella Trump Tower dove lavora il presidente-eletto e dove ha sede il suo transition team, la scena è completamente diversa. Trump parla con Vladimir Putin – che si era limitato dopo il voto a mandare un semplice messaggio di congratulazioni – e riconosce, insieme al presidente russo, che le relazioni tra Washington e Mosca sono “insoddisfacenti”. I due leader, spiega un comunicato del Cremlino, hanno discusso di “sforzi comuni nella battaglia contro il terrorismo e hanno parlato di un accordo per la crisi in Siria”. Si tratta, celato dietro il linguaggio della diplomazia, di una presa di distanza della politica di Obama verso la Russia, fatta di sanzioni, condanne per l’espansionismo in Ucraina, richiesta di un’inchiesta internazionale per crimini di guerra sulle azioni della Russia in Siria. Ancora ieri, nella sua conferenza stampa, Obama diceva che “il governo siriano è impegnato ad ammazzare la gente in modo indiscriminato… appoggiato dalla Russia”.

La storia dei rapporti, veri o presunti, di Trump con la Russia di Putin è lunga. Trump è stato accusato di avere una serie di legami finanziari e immobiliari con oligarchi russi; l’ex ceo della sua campagna, Paul Manafort, è stato lobbista per il leader ucraino, pro-Cremlino, Viktor Yanukovich. Da candidato, Trump ha avuto parole amichevoli nei confronti di Putin, che ha definito un “leader migliore” di Obama, rifiutandosi di criticare la Russia per la condotta in Ucraina, per la gestione della crisi in Siria e per il presunto hackeraggio delle mail del partito democratico. “Russia, se sei in ascolto, trova le 30mila mail che mancano dal server di Clinton”, disse Trump a luglio, in una dichiarazione che venne giudicata dai democratici come un atto di tradimento verso gli Stati Uniti.

La telefonata delle scorse ore con Putin mostra dunque che sicuramente qualcosa è cambiato nelle dinamiche delle relazioni tra Stati Uniti e Russia. Non è d’altra parte un mistero che Mosca preferisse l’elezione di Trump a quella di Clinton – alla notizia della vittoria del candidato repubblicano, alla Duma è scattato l’applauso. Per Putin Hillary Clinton era molto meno gradita, per diverse ragioni: avrebbe continuato nelle politiche di Obama ed è portatrice di una cultura politica e militare vicina agli schemi della guerra fredda. Ma per Putin ci sono tutta una serie di elementi che rendono Trump particolarmente gradito: presa di distanza dalla Nato; la proposta di Trump di cooperare con la Russia nella lotta contro lo Stato islamico; e anche il passato e il presente di uomo d’affari di Trump, che potrebbe siglare con Mosca una serie di trattati di commercio bilaterali (la Russia, al momento, non è nemmeno tra i primi 15 partner commerciali degli Stati Uniti).

Detto questo, la presa di distanza nei confronti della politica di Obama, da parte di Trump, non è però ancora un disconoscimento; né, tanto meno, un vero cambiamento di rotta. Come fa notare David Nunes, il deputato repubblicano che nel transition team si occupa proprio di politica estera, “fatemi il nome di un segretario di Stato o di un presidente che negli ultimi 15 anni non abbia detto di voler lavorare con i russi”. Secondo Nunes, Trump sarà anzi “ancora più duro, con Mosca, di quanto non sia stato Obama”. C’è poi, soprattutto, il peso di quella che è stata la diplomazia Usa negli ultimi anni (anche oltre la presidenza Obama). Gli Stati Uniti non hanno alcun interesse a dare alla Russia un nuovo e più forte ruolo in Medio Oriente. Di più: la Russia, per rinnovare la cooperazione bilaterale nucleare con Washington, ha chiesto come garanzie la non-espansione della Nato e soprattutto un ridimensionamento del sistema di difesa missilistico degli Stati Uniti.

Sono questioni su cui il nuovo presidente dovrà, con ogni probabilità, venire a patti con il sistema militare-industriale americano. E del resto, come per molte altre cose di questa presidenza inaspettata – immigrazione, aborto, commercio, sanità, sicurezza nazionale – le dichiarazioni di Trump sono state spesso contraddittorie e contraddittorie sono le spinte all’interno del gruppo di potere che lo sostiene. Obama sembra credere che non sarà facile smantellare le sue politiche. Trump ha promesso di smantellarle in fretta. I primi cento giorni della presidenza potranno dare qualche elemento di giudizio in più.