Il gip di Roma ha rinviato a giudizio 20 persone in un filone dell’inchiesta su Mafia Capitale con le accuse di associazione a delinquere, turbativa d’asta, falso e truffa ai danni del Comune. Tra gli appalti al centro dell’indagine anche quello dei lavori dell’Aula Giulio Cesare, l’aula consiliare del Campidoglio. A giudizio anche l’imprenditore Fabrizio Amore e Maurizio Anastasi, ex responsabile della direzione tecnico-territoriale della Sovrintendenza dei beni culturali. Il processo è stato fissato al prossimo 2 marzo davanti alla IV sezione penale. Il Comune è pronto a costituirsi parte civile.

L’imprenditore Amore è il collegamento con la maxinchiesta sul mondo di mezzo: nel giugno del 2015, nell’ambito della seconda tranche di arresti, venne perquisito perché accusato, in qualità di responsabile di fatto della cooperativa Progetto Recupero, di aver turbato la gara per l’accoglienza di 580 persone, in concorso con il ras delle cooperative Salvatore Buzzi e Massimo Carminati. Per queste accuse nei giorni scorsi la Procura ha chiesto l’archiviazione per Amore, indagato per trasferimento fraudolento di valori.

Riguardo i lavori in Aula Giulio Cesare, i pm ipotizzano l’esistenza di una serie di appalti truccati che riguardano “opere di restauro delle superfici decorate e opere impiantistiche” della sede dell’Assemblea Capitolina. La gara finita sotto la lente degli inquirenti risale al luglio 2010, quando sullo scranno più alto del Campidoglio sedeva Gianni Alemanno. Per il 19 settembre era attesa la visita del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e bisognava procedere alla messa in sicurezza del tetto dell’Aula, restaurare la volta, le pareti e il mosaico romano, rifare l’impianto elettrico e sostituiti gli scranni, dotare l’aula di nuove strutture elettriche per rispondere alle nuove tecnologie.

Secondo l’accusa, Amore era così sicuro di vincere la gara, da stipulare contratti ed effettuare pagamenti in acconto ai subappaltatori alcuni giorni prima dell’apertura delle buste contenenti le offerte. Il patto tra gli appartenenti all’associazione, secondo l’accusa, ha fatto sì che alla gara fossero infatti invitate esclusivamente società riconducibili allo stesso soggetto economico.