L’organizzazione per cui lavoro in Australia si può considerare a tutti gli effetti una storia di successo. 100 dipendenti, un budget annuale di 50 milioni di euro, si posiziona tra le prima 5 ong di questa parte del pianeta. 4 anni fa ci lavoravano 60 persone e il budget era di 35 milioni, quindi negli ultimi anni abbiamo avuto una crescita esponenziale solida che ci ha permesso di avviare programmi di cooperazione in 8 nuovi Paesi, in aggiunta ai 12 in cui già lavoravamo in precedenza. Vedendo questi dati, ci possiamo ritenere soddisfatti di quanto raggiunto fino ad oggi e motivati a crescere ancora di più.

Qual è il segreto del successo? Gente che passa giorno e notte in ufficio? Pressione da parte del top management per produrre sempre di più? Nient’affatto. Anzi, quasi il contrario, oserei direi. Un perfetto equilibrio tra la vita lavorativa e gli impegni personali e familiari. Prendete ad esempio la nostra Vice-Direttrice Generale. Donna assai in gamba e brillante, ha una figlia di 3 anni che si vuole godere e pertanto lavora part-time, 4 giorni su 5. Di questi 4 giorni, uno lavora da casa per poter andare a prendere la bimba all’asilo alle tre e mezza del pomeriggio e portarla a giocare al parco o in spiaggia. Vice-Direttrice Generale/part-time/telelavoro, avete letto bene. Sembra quasi un’eresia accoppiare queste parole…

Quasi tutti noi, compreso il sottoscritto, facciamo telelavoro almeno un giorno alla settimana, se non due. E durante le vacanze scolastiche, invece di prenderci ferie, ci mettiamo a lavorare da casa, grazie a un’organizzazione che si fida della nostra serietà e professionalità e ci giudica in base ai risultati raggiunti e non alle ore passate in ufficio.

E’ evidente che il nostro è un settore particolare, in quanto lavoriamo a stretto contatto con paesi di tutto il mondo e molto spesso capita di dover parlare con colleghi dall’altra parte del globo alle 5 di mattina piuttosto che alle 11 di sera. Quindi fa parte del nostro lavoro avere una flessibilità che ci permetta di operare around the clock, come dicono gli inglesi. Ma vi posso assicurare che ho amici che lavorano nel settore privato per i quali il telelavoro, almeno una volta a settimana, è una consuetudine ormai consolidata.

Questo va a scapito della produttività? Non sembrerebbe, dai dati che vi ho esposto prima. Ne va dell’efficienza? Men che meno. L’effetto di tale politica è molto semplice: crea un legame stretto tra lavoratore e datore di lavoro, che non si vedono come entità contrapposte e sulle barricate ma parti di uno stesso insieme, entrambi con l’unico obiettivo di rendere l’organizzazione sempre più performante.

L’ultimo pezzo della mia vita italiana si è svolto a Torino, ove – al mio rientro dall’estero – mi era stato offerto un lavoro alle Nazioni Unite. Dopo alcuni anni sono stato chiamato a dirigere una ong di Milano: con la mia famiglia abbiamo deciso di rimanere nel capoluogo piemontese, anche perché mia moglie lavorava per la Regione Piemonte ed eravamo ormai ben inseriti nel conteste locale (scuola dei bambini, amici, etc…). Tutti i giorni mi sciroppavo 120 km in treno più un’altra mezzora di bus per arrivare al lavoro.

Dopo qualche tempo, mi è parso naturale chiedere di poter lavorare almeno un giorno da casa mia a Torino, il che mi permetteva di accompagnare e prendere i bimbi a scuola e portarli al parco o alle attività post-scuola, oltre a far capire alle maestre che i miei figli non erano orfani di padre.

Non vi dico la fatica per ottenere il tanto desiderato giorno di telelavoro: fortunatamente il mio direttore generale era un uomo moderno e di ampie vedute, ma per mesi mi sono sentito ramanzine dal direttore del personale e altri direttori di dipartimento su come questo costituisse un’eccezione, creasse un precedente pericoloso, etc.. Manco fossi un criminale. Piú o meno nello stesso periodo mia moglie chiese il part-time orizzontale in Regione (si trattava di un’ora in meno di lavoro al giorno, 8.30-3.30) e anche lì si scatenò il putiferio, con montagne di carte da compilare, vari strati di autorizzazioni e la sua capa che non perdeva occasione di ricordarle quanto fosse privilegiata ad aver ottenuto il part-time.

Una differenza che tutti noi italiani che lavoriamo in Australia notiamo è quanto poco la gente qui si lamenti dell’ambiente di lavoro, il che porta a una maggiore produttività perché si tagliano le ore passate alla macchinetta del caffè a parlare male del capo e dell’organizzazione. Inizio a farmi un’idea del perché le persone si sentono molto più legate al datore di lavoro, quaggiù.

Sarebbe meraviglioso se l’Italia, in questo sforzo di modernizzazione che ha intrapreso con tanto impegno, si attrezzasse per rendere la vita lavorativa dei propri cittadini più semplice e piacevole, praticando politiche di lavoro flessibili (non nel significato maldestro e precario promosso dai liberalizzatori del mercato) che facciano recuperare alle persone il piacere di lavorare, l’affezione verso il proprio posto di lavoro e una comunanza di intenti con il proprio datore di lavoro. Il che andrebbe a beneficio di tutti, sia dal punto di vista professionale che personale, con maggiore produttività e riduzione dei carichi sociali sulle famiglie.