L’Italia è un paese (formalmente) più trasparente e il suo colore, sulla mappa mondiale, passa da un allarmante rosso a un più mediocre giallo ocra. Secondo la classifica del Right to Information (RTI) Rating, l’indice che misura l’accessibilità di documenti, dati e informazioni nelle mani delle pubbliche amministrazioni, il nostro paese è passato dal 97esimo al 54esimo posto. Merito dell’approvazione del Freedom of Information Act, entrato in vigore a maggio (ma le pubbliche amministrazioni hanno tempo fino a dicembre per adattarsi), che definisce la possibilità per chiunque di richiedere l’accesso ai documenti che fino a pochi mesi fa erano chiusi nei cassetti delle istituzioni. Ma non illudiamoci.

“Il meccanismo è sempre lo stesso – precisa Davide Del Monte, direttore di Transparency International Italia –. La normativa italiana su anticorruzione e trasparenza è tra le migliori al mondo: peccato che sia la sua applicazione ad essere scarsa se non inesistente”. Infatti, nella classifica di Rti rating, nel caso dell’Italia a crescere sono soprattutto i punteggi sui principi e sul riconoscimento del diritto di accesso mentre restano bassi i valori assegnati alle possibili sanzioni (dove prendiamo 4 punti su 8) e ai ricorsi (9 su 30). “Il rischio – secondo Del Monte – è il consueto paradosso per cui ci troviamo con ottime leggi che non vengono applicate”.

Nonostante l’ascesa, la cima della classifica resta lontana. L’Italia si trova a metà strada, in compagnia di Ruanda, Ungheria, Nigeria. Un indice, quello di Rti rating, che “mostra quanto la legge sulla trasparenza di ogni Stato sia vicina agli standard internazionali – commenta Claudio Cesarano, project manager di Diritto di Sapere, principale ong italiana in materia di accesso alle informazioni – ma che non misura quanto una legge sull’accesso sia efficace nella sua applicazione”. Con il Foia, infatti, “chiunque”, senza fornire alcuna motivazione, potrà domandare “quanto ha speso il sindaco in trasferte oppure “quali sono i centri di accoglienza in Italia”, mentre le Pa saranno obbligate a rispondere entro 30 giorni. Un passo in avanti importante, anche perché trainato dalla società civile e dalla decina di associazioni riunite nella campagna Foia4Italy, ma non una garanzia di trasparenza.

“Abbiamo il riconoscimento di un diritto nuovo e questo è fondamentale ma ottenere documenti e informazioni non sarà sempre così scontato”, continua Cesarano. La stessa Access Info Europe, inoltre, ha criticato la mancanza di rimedi extragiudiziali a livello nazionale in quanto il Foia non prevede una Commissione nazionale per l’Accesso alla quale ricorrere in maniera gratuita in caso di diniego. “Si può ricorrere ai difensori civici soltanto se il diniego viene da un ente locale – continua Cesarano – Ma se il diniego viene da un ente centrale (come un Ministero) non resta che il ricorso al Tar”, chiude il project manager, indicando uno strumento che però risulta costoso e per questo non alla portata di tutti. Un’Italia più trasparente, quindi, nella misura in cui sarà possibile chiedere più facilmente una vasta gamma di informazioni, ma dove potrebbe rimanere difficile appellarsi nel caso in cui quelle informazioni vogliano essere tenute nascoste.

“Centrali saranno le linee guida che dovranno essere siglata dall’Autorità nazionale anticorruzione entro dicembre”, continua Transparency International Italia. A fine anno, infatti, si definiranno le eccezioni, ovvero i casi in cui lo Stato potrà decidere di non rendere pubbliche alcune informazioni. “Solo allora – chiude Del Monte – capiremo se vogliono fare le cose sul serio o se stanno scherzando”. Perché mancano ancora i fatti per capire se l’Italia possa lasciare gli ultimi posti della trasparenza mondiale.