L’Alta corte di giustizia di Inghilterra e Galles ha accolto il ricorso di un gruppo di attivisti pro Ue che chiedono un voto del Parlamento di Westminster per avviare l’iter della Brexit. Il giudice ha dato così torto al governo di Theresa May: “Il segretario di Stato (alla Brexit, David Davis, ndr) non ha il potere sotto la Crown Prerogative di invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea”. Il governo si è detto deluso: un portavoce di Downing street ha spiegato che l’esecutivo “non ha intenzione di far sì che questo faccia deragliare l’articolo 50 e il calendario che abbiamo previsto. Siamo determinati ad andare avanti con il nostro piano”. Ovvero, avviare il processo di uscita entro il marzo 2017.

“Il principio fondamentale della costituzione del Regno Unito è che il Parlamento è sovrano“, ha detto il giudice dell’Alta corte, Lord Thomas of Cwmgiedd, nel leggere il verdetto. Come sottolineano i media britannici, non solo si tratta di una forte umiliazione per il governo, ma questo di sicuro avrà ripercussioni sui tempi della Brexit, rallentandola. Secondo il Guardian, non è comunque la fine di questo storico caso legale, che vedrà la sua conclusione molto probabilmente di fronte alla Corte suprema.

“Il Paese ha votato per lasciare l’Ue in un referendum consentito da leggi del Parlamento – ha commentato il ministro del Commercio, Liam Fox – il governo è determinato a rispettare il risultato del referendum. Questa sentenza solleva un’importante e complessa questione di diritto ed è giusto che la consideriamo con prudenza prima di decidere come procedere”. L’esecutivo sostiene di non aver bisogno del parere del Parlamento per invocare l’articolo 50: la May ha più volte sottolineato le “prerogative storiche” del governo e la volontà popolare espressa nel referendum del 23 giugno, con cui il 52% degli elettori si è pronunciato per l’uscita dall’Unione.

Il verdetto “scatenerà la rabbia” della gente, ha scritto Nigel Farage, leader dell’Ukip, sul suo profilo Twitter, aggiungendo di temere “che ora sarà fatto ogni tentativo per bloccare o ritardare l’attivazione dell’articolo 50″. Il Labour, da parte sua, chiede di conoscere le modalità attraverso le quali il governo è intenzionato a condurre le trattative con Bruxelles: “I laburisti rispettano la decisione del popolo britannico di lasciare l’Unione europea – ha dichiarato il segretario del partito laburista britannico Jeremy Corbyn – ma ci devono essere trasparenza e responsabilità del Parlamento sui termini della Brexit. I Labour faranno pressioni affinché il processo di uscita funzioni per il Regno Unito, mettendo al primo posto la creazione di posti di lavoro, standard di vita e l’economia”.

Il ricorso è stato presentato da un nutrito gruppo di anti-Brexit dai profili più diversi. Tra loro anche l’imprenditrice britannica Gina Miller, che più volte aveva espresso il desiderio di porre fine “con mezzi legali” al fatto che il governo “potesse passare sopra il Parlamento”

Tre gli studi legali che hanno accettato di sostenere le ragioni dei ricorrenti: Edwin Coe, Bindmans e Mishcon de Reya, che ne ha incaricato l’avvocato David Pannick, una delle star del firmamento legale britannico. La loro principale argomentazione: se è vero che un governo, in forza della Royal Prerogative, può firmare un trattato internazionale, è anche vero che il Parlamento deve poi ratificarlo perché diventi legge nazionale. Secondo i ricorrenti, uscire dall’Ue senza consultare il Parlamento sarebbe una violazione dei diritti garantiti dall’Atto delle comunità europee del 1972 che ha incorporato la legislazione europea in quella del Regno Unito.

La decisione dell’Alta corte ha provocato una prima conseguenza: il portavoce capo della Commissione Europea Margaritis Schinas ha fatto sapere che venerdì la May sentirà al telefono il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker.

Gli scenari – Il governo ha annunciato che farà ricorso contro la decisione dinanzi alla Corte Suprema, che dibatterà il caso il 7 e l’8 dicembre. Nel caso in cui gli 11 giudici che la compongono decidano di confermare il verdetto dell’Alta corte, dovrà affrontare il voto ai Comuni e alla Camera dei Lord. Con quale tipo di provvedimento? Con quale tipo di quesito? Prima possibilità: i parlamentari potrebbero essere chiamati a esprimersi sull’attivazione dell’articolo 50 o, seconda opzione, sui contenuti della Brexit.

Ulteriore incognita: il panorama politico britannico è fortemente frammentato- Secondo un sondaggio realizzato prima del referendum dalla Press Association, 480 deputati della Camera dei Comuni, tra cui 184 conservatori, si sono espressi a favore del Remain; 159 avrebbero votato invece Leave, tra cui 139 conservatori, mentre 11 erano gli indecisi. Questo avrebbe dato al Remain una teorica maggioranza di 310 voti. In base al sondaggio, 218 deputati del Labour avrebbero votato per rimanere nella Ue, contro 11 che invece erano contrari.

Molti di coloro che si sono dichiarati pro-Remain rappresentano seggi dove la popolazione ha votato per il Leave. E viceversa. Un no alla Brexit a Westminster, di conseguenza, significherebbe calpestare il volere dell’elettorato e potrebbe vanificare le loro possibilità di essere rieletti. A quel punto molti potrebbero ribellarsi: con i due terzi dei voti si andrebbe a elezioni anticipate. E la stessa Brexit tornerebbe in discussione.