L’oggetto della missiva non lascia spazio all’immaginazione: promozione da parte del Consiglio superiore della Magistratura di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sul cosiddetto decreto ‘Salva Canzio appena convertito in legge dal Parlamento. A chiedere l’apertura di una pratica che consenta di portare il caso di fronte alla Corte Costituzionale è il consigliere del Csm, Aldo Morgigni. Eletto in Consiglio in quota Autonomia &Indipendenza, il gruppo che fa capo all’attuale presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm), Piercamillo Davigo. Morgigni sollecita l’organo di autogoverno della magistratura a rompere gli indugi. E a schierarsi contro la Presidenza del Consiglio che ha deciso di prorogare la messa al riposo dei soli vertici della magistratura, a partire da quelli della Suprema Corte di Cassazione. Un braccio di ferro non da poco fuori e dentro il Csm. Se si pensa che le figure apicali della Cassazione sono rappresentate in seno allo stesso plenum del Csm.

Il primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio (a destra nella foto) e il Procuratore generale, Pasquale Ciccolo (a sinistra) sono infatti anche membri di diritto del Consiglio superiore della magistratura. E siedono pure, insieme al vicepresidente Giovanni Legnini, nell’organo più strategico di Palazzo dei Marescialli ossia il Comitato di presidenza. Proprio a loro si è rivolto Morgigni per fare inserire la pratica con cui sollecita il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato nell’ordine del giorno della prossima seduta del plenum. In modo che a breve si prenda una decisione. E se necessario si vada alla conta tra membri di diritto, laici eletti dal Parlamento e magistrati eletti dai loro colleghi che, in proporzione sono la maggioranza in Consiglio. Sebbene con diverse sensibilità rispetto alle politiche giudiziarie del governo.

La legge che proroga la messa a riposo si riferisce “ad un numero ristretto di colleghi, tutti nominativamente individuabili” fa notare Morgigni. Che sottolinea come la nuova norma abbia già influito sulle attività del Consiglio superiore della Magistratura che ha dovuto revocare i bandi per la copertura dei posti, ora non più vacanti. E che avrà soprattutto l’effetto di cambiare i connotati stessi del plenum “perpetuando per un altro anno la composizione del Consiglio quanto ai componenti di diritto”. Ma c’è di più: “La norma predetta presenta molteplici profili di illegittimità costituzionale, poiché opera una divisione tra magistrati di merito e di legittimità e, tra questi, tra quanti svolgono funzioni requirenti e giudicanti e quanto svolgono funzioni apicali in violazione dell’articolo 107 della Costituzione che prevede che i magistrati si distinguono tra di loro soltanto per funzioni e non per il loro stato giuridico o economico”. Una discriminazione che inoltre contraddice, non essendo estesa a tutti i magistrati, “le esigenze di funzionalità alla base dello stesso decreto” .

La legge varata da Palazzo Chigi sarebbe pure in contrasto con la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea. Che ha impallinato nel 2012 la decisione del governo ungherese di mandare in pensione giudici procuratori e notai a 62 anni senza prevedere un regime transitorio. Ma l’accusa più grave non è quella della consonanza di vedute tra Matteo Renzi e Orban almeno sul punto della pensione dei magistrati. “Nel caso in esame – scrive ancora il consigliere del Csm – si è in presenza di un’evidente lesione delle attribuzioni del Consiglio superiore della magistratura”. Che in nessun caso potrebbe instaurare un giudizio di fronte alla Consulta per sollevare la questione di costituzionalità “relativa alla mancata possibilità di nominare i propri componenti di diritto”. Di qui l’esigenza che della questione si occupi direttamente la Corte Costituzionale. Che, se il Comitato di presidenza non respingerà la richiesta al mittente e se al plenum la pratica sarà approvata, verrà chiamata ad esprimersi sulla legittimità degli effetti determinati dalla norma voluta dal governo Renzi.