Un miracolo che non ci siano stati morti. Suona così una delle frasi che in tanti ripetono in Umbria e nelle Marche dopo il terremoto che ha sconvolto, per la terza volta in due mesi, l’Appennino del Centro Italia. La lunga scossa di magnitudo 6.5 sembra collegata ai sismi del 24 agosto e del 26 ottobre, ma per intensità diventa il “main-shock”: ha cancellato l’80 per cento del piccolo borgo di Castelluccio di Norcia. La basilica di San Benedetto è crollata, la chiesa di Santa Rita è sprofondata, quella dell’Addolorata non c’è più, mentre la cattedrale è rimasta in piedi per un terzo.

A essere crollato oggi è anche “l’esempio virtuoso” della “buona ricostruzione” in Umbria seguita al sisma del 1997 e al più grave del 1979, quando ci furono cinque morti e centinaia di sfollati. Gli interventi antisismici messi in campo con la ricostruzione negli ultimi venti anni sono stati fondamentali, tanto che invece la scossa del 24 agosto che ha devastato Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto non ha causato danni, se non di poco conto, in Umbria. “Ciò testimonia che la ricostruzione – aveva dichiarato la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini – è stata una buona ricostruzione che ha saputo garantire sicurezza per la popolazione e qualità e velocità degli interventi. Come Umbria ci siamo subito posti l’obiettivo innovativo di non limitarsi alla semplice riparazione del danno, ma di mettere in sicurezza l’intero territorio”.

Tre terremoti, l’ultimo main-shock: il perché dei crolli
Che cosa è accaduto allora oggi? Perché questa volta i crolli ci sono stati e sono tanti e gravi? La risposta può essere trovata nelle parole degli esperti. Il geologo Gabriele Lena, presidente di IntGeoMod, già spin-off dell’Università di Perugia, spiega: “Gli eventi sismici del 24 agosto, del 26 settembre e di oggi sono collegati, seppur indipendenti. Quello di oggi riguarda la linea sismogenetica tra Nottoria e Preci, già tristemente nota per altri devastanti terremoti, come quello del 1979 e del 1703”. Dopo Amatrice, il terreno si è abbassato di circa 18 centimetri: saranno adesso i dati satellitari a dirci di quanto e se sia sprofondato nella zona di Norcia. “Si tratta di blocchi separati, quindi a crollare sono le zone limitrofe. Non è un fenomeno cumulativo”. E’ inoltre vero che gli edifici, provati dal continuo sciame sismico che sta interessando l’Appennino dal 24 agosto, siano stati continuamente esposti ad una sollecitazione di intensità sempre maggiore: il main-shock di domenica è stato superiore anche alla scossa con epicentro ad Amatrice e Accumoli. Ora che quest’ultimo è stato localizzato proprio a poca distanza da Norcia, sembra dunque chiaro come gli edifici storici e le abitazioni siano stati ridotti ad un cumulo di macerie.

Le onde verso Norcia
Anche l’Ingv aveva parlato, con gli studi dopo il sisma del 24 agosto, dello “scorrimento di una faglia distensiva (o faglia normale) orientata” in direzione nord-nord ovest inclinata verso sud-ovest con una pendenza di circa 50 gradi. “La lunghezza della faglia – continuava l’istituto nazionale di geofisica – è di 20-25 km. La rottura della faglia è stata bilaterale” propagandosi sia verso Norcia sia verso Amatrice. Gli esperti poi avvertono: “E’ necessario considerare l’eventualità che su queste faglie adiacenti si generino terremoti che potrebbero procurare ulteriori danneggiamenti”. Ritornano negli studi i nomi del monte Vettore, che sovrasta Norcia, e di monte Gorzano, interessato dall’assestamento durante il terremoto dell’Aquila del 2009. E se non è possibile, come è noto, prevedere i terremoti, è invece immaginabile ipotizzare che si possano verificare altre scosse superiori al grado 5.0. “La scala Richter si basa su un logaritmo: l’energia, per le scosse comprese tra i 5 e i 6 gradi, aumenta in maniera esponenziale. Ecco perché, dopo il primo sisma di questa mattina, si può immaginare il verificarsi di repliche anche importanti” conferma Lena.

“La missione più difficile: riuscire a tutelare i monumenti”
Il centro Italia resta un luogo meraviglioso per i suoi borghi medievali, che di fronte ad emergenze del genere diventano un ostacolo. Castelluccio di Norcia è stata spazzata via: ma la ventina di persone che vivono lì non hanno nessuna intenzione di lasciare il borgo. Le immagini del crollo della Basilica di San Benedetto a Norcia sono l’emblema della tragedia del terremoto e di quanto sia difficile “conciliare il miglioramento sismico con la tutela dei beni culturali”. A dircelo, ribadendo come sia un “miracolo che non ci siano state vittime oggi”, è l’architetto Alfiero Moretti, capo della protezione civile in Umbria ai tempi del terremoto del 1997 e direttore generale del Comune di Foligno. Moretti, che ha lavorato anche in Emilia Romagna dopo il terremoto del 2012, dopo la paura e lo sconforto, afferma convintamente come la ricostruzione in Umbria sia stata in grado di resistere a una scossa di 6.5, “ma dobbiamo fare un passo avanti, perché non abbiamo ancora trovato l’equilibrio tra la tutela del patrimonio culturale e l’adeguamento sismico”. Con la ricostruzione del ’97, “i nuovi edifici sono stati naturalmente costruiti seguendo le nuove leggi antisismiche. Quelli già esistenti e danneggiati invece sono stati oggetto di adeguamento, seppur non fosse fissata una percentuale di miglioramento”.

Lo scontro sull’abbazia di Sant’Eutizio: “Soldi mangiati”, “non è vero”
Resta al momento la polemica per i danni subiti dall’Abbazia di Sant’Eutizio, a Preci. A sollevare il polverone alcune dichiarazioni, rilasciate a Repubblica.it, dal custode dell’Abbazia, che ha detto: “Mamma mia, quanti soldi buttati nella ristrutturazione”, ricorda. “Tre miliardi e 200 milioni di lire: si sono mangiati tutto“. Dichiarazioni che seguono un’altra polemica, per la mancata messa in sicurezza sia di Sant’Eutizio e di San Salvatore a Campi di Norcia. Il dirigente della Sezione salvaguardia beni culturali in emergenza della Regione Umbria, architetto Filippo Battoni, ha poi precisato: “L’Abbazia di Sant’Eutizio ha beneficiato dei finanziamenti regionali già nel luglio 1998”. Dalla Regione, dunque, sono arrivati più di 530mila euro per “interventi locali e puntuali”. Resta fuori dagli interventi il muro che crollando ha causato il crollo di parte della facciata della chiesa: “Questo – ha precisato Battoni – non è potuto entrare in quel finanziamento regionale in quanto non era bene culturale e non poteva, dunque, rientrare tra i beni oggetto di interventi finanziabili con tali risorse”.