“Chi non sa far stupir vada alla striglia”, verrebbe da dire citando il poeta napoletano Giovan Battista Marino. Si inaugura a Roma, a soli cento metri dall’elegante palazzo dei Congressi, progettato dall’architetto Adalberto Libera negli anni Trenta e ultimato nel 1954, la cosiddetta ‘Nuvola’, il nuovo polo congressuale ideato da Massimiliano Fuksas.

Stupire, meravigliare, sbalordire, lasciare lo spettatore a bocca aperta: sembra continuare ad essere questo l’obiettivo di certa architettura che ha connotato gli anni 90, con monumentali pezzi di design, che prescindono dalla realtà contestuale e sociale del luogo, in cui la firma e la logica mercantile prevalgono sulla sfera pubblica e sull’interesse generale, a discapito della pratica architettonica come fatto artistico, sociale, politico.

E la Nuvola di Fuksas, con i suoi ottomila posti in totale (6.000 nelle sale congressuali e 1.800 nell’auditorium con la struttura fiberglass) di motivi per lasciare disorientati e sbalorditi, ne ha più d’uno: dai faraonici costi di realizzazione, che oscillano tra i 239 milioni di euro (a detta di Fuksas) e i 467 milioni di euro (a detta del sottosegretario all’Economia e Finanze) all’aspettativa dell’indotto economico stimato (o sovrastimato?) in 350 milioni di euro l’anno; alla parcella da capogiro dell’architetto, pari a 24 milioni di euro; all’inverosimile quantità di acciaio impiegato (17mila tonnellate), pari quasi a tre volte quella del ferro usate per la Tour Eiffel; e infine, alla diretta televisiva Rai dell’inaugurazione, con un costo, secondo alcune ricostruzioni, pari a un milione di euro.

Fuksas recentemente si dice seccato dell’appellativo di “Nuvola”, attribuisce ai romani l’iniziativa “spontanea” della denominazione, finge di ignorare che l’invenzione, è tutta giornalistica. Eppure dovrebbe sapere che i suoi concittadini (che hanno altro a cui pensare) quando affibbiano appellativi, non sono benevoli né bucolici. Basti ricordare i cosiddetti “scarafaggi”: così vennero battezzate le tre sale da concerto dell’Auditorium Parco della Musica, realizzate nel 2008 dall’architetto Renzo Piano al quartiere Flaminio.

Detto questo, il mistero del nome Nuvola è presto risolto: nessuna designazione “spontanea e invincibile” da parte dei romani. È  lo stesso Fuksas – che nel febbraio 2000 si era appena aggiudicato il concorso per la realizzazione del polo congressuale – ad essersi prestato a questa interpretazione, girando un brutto spot pubblicitario per la Renault.

Nel messaggio pubblicitario si vede l’architetto alla guida di un’auto che, con aria sognante, ispirato e folgorato dalla visione delle tante nuvole che nello spot si addensano nel cielo, disegna con un pennarello sul vetro dell’auto “imprigionando” una nuvola che immediatamente si trasforma nel contenuto amorfo della teca dell’attuale Centro Congressi; con tanto di voce fuori campo che chiosa: “Ho trovato confini alla mia immaginazione, ma alla fine ho visto ciò che ho voluto”.

Di fatto, della nuvola è rimasto ben poco: la densa struttura rivestita in fiberglass, saldata nella monumentale teca di vetro e acciaio, che la notte si riempie di luci multicolore come una discoteca all’aperto, tutto suggerisce, tranne lo spazio fluttuante di quell’architettura sospesa e leggera, che tale è rimasta solo nelle intenzioni, e nei tanti rendering, diffusi in questi anni dallo studio Fuksas. Pare piuttosto, uno strano e terribile pesce boccheggiante, una balena infilzata e sospesa su un gigantesco arpione mortale, imprigionata in un altare sacrificale.

L’edificio – salutato con enfatico provincialismo come segno di “modernità” per Roma – da quanti ritengono che moderno coincida con vetro, acciaio a profusione, forme bloboidali e inevitabili costi esorbitanti, dovrebbe sollecitare un’urgente riflessione, etica ed estetica, soprattutto sull’imponente crisi di senso di queste opere che, anacronisticamente, in piena Grande recessione, richiedono risorse senza limiti.

Come nel Marinismo lo stile abbonda di preziosismi spesso stravaganti, il nuovo Palazzo dei Congressi di Fuksas, nella sua ricerca esasperata e urlata di singolarità formali e inedite, di luci stroboscopiche, è l’effigie triste dell’oggetto di consumo che acquisisce un valore di mercato, a prescindere da quello del progetto.