di Gabriella Chiaramonte

Poco cari abitanti di Goro e Gorino, come tanti cittadini italiani ed europei ho assistito alle vostre barricate ancora incredula e umiliata dalla vergogna che questo sia accaduto nel mio paese. Che ben noti tribuni della politica italiana esultino e plaudano all’impresa, al grido di “resistenza”, aggrava se è possibile la piaga. “Resistere” è una parola che ha ben altra connotazione, non solo storica ma proprio semantica, rispetto a quello cui abbiamo assistito da parte vostra nei giorni scorsi. Opporsi all’arrivo di 12 donne con bambini, stremati, impauriti… è catalogabile come resistenza?

Insulti, violenze verbali e non, addirittura le barricate per resistere “all’attacco” di uno sparuto gruppo di persone in fuga dall’orrore. La sproporzione sconcertante di una reazione così scomposta e inutilmente aggressiva non sarebbe giustificabile neanche se quelle 12 persone fossero state uomini o più numerosi. Chiederei ai tribuni che vi spalleggiano, così spesso impegnati in dotte disquisizioni e sottili distinguo filologici tra “migranti economici” e “fuggitivi dalle guerre”, in quale sottocategoria collocano ad esempio Boko Haram, alla stregua di una guerra o di un qualche male di natura economica? Perché è anche da quel mostro che le donne nigeriane scappavano.

E ancora, ai professionisti nostrani del commento mi piacerebbe chiedere, visto che cianciano di una presunta “preparazione” che sarebbe dovuta ai cittadini chiamati ad accogliere altri esseri umani, per caso qualcuno si è mai preso la briga di “preparare” all’accoglienza i cittadini di Lampedusa,Pozzallo, Reggio CalabriaCataniaMessina, Augusta, Siracusa… e di ogni altro approdo di carrette del mare? C’è qualcuno che ha organizzato un corso ad hoc per loro? Prima di farli sbarcare dalle navi, ai migranti è mai stato chiesto di raccontare in via preventiva le loro storie di disperazione, per poter muovere così a compassione e quindi elemosinare accoglienza?

Qualcuno ha sostenuto anche questo: “Bisognava far raccontare le loro storie così forse la rabbia si sarebbe placata”. La solidarietà non si fa domande, non attende la compassione, né pretende corsi di formazione. Un essere umano in difficoltà che chiede aiuto non ci dà il tempo di pensare, ponderare, di chiederci se siamo preparati, se abbiamo le carte in regola. Non c’è il tempo di farsi domande se un uomo sta per annegare. E’ un fatto istintivo, è ciò che distingue la civiltà dalla barbarie.

Il problema dell’accoglienza esiste da anni, non è certo un fatto di cronaca recente, nessuno può dirsi impreparato. Le dimensioni del fenomeno oggi richiedono la collaborazione e la responsabilità di tutti, anche la vostra. Finora tutto il peso è stato sostenuto solo da alcune regioni, da alcuni comuni, ha fatto comodo a molti. “I migranti danneggeranno il turismo nella zona”, qualcuno ha sbraitato. Ebbene, io non ho mai saputo dell’esistenza di Goro e Gorino, ma da oggi ho una certezza: saranno le mie colonne d’Ercole, un limite invalicabile. Non ci metterò mai un piede perché per me è il luogo della vergogna e nessun sofisma, nessun ricamo di raffinati commentatori riuscirà a ridurre i termini di quanto accaduto.

Nascosta da qualche parte, forse, potreste anche avere una qualche motivazione plausibile, impossibile da condividere per me. E’ la dimensione e la violenza di quel rifiuto, tuttavia, che non si può accettare, né giustificare. “Il modo ancor m’offende”, scriverebbe il Sommo poeta. Siete entrati a forza sotto i riflettori della cronaca ma la motivazione non vi fa onore, non potete esserne orgogliosi e forse lo sapete già.

Mi auguro che possiate riparare all’onta di cui vi siete fatti artefici.

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