Vivianne disegna la sua vita per non dimenticarla. Disegna ogni giorno, ogni viaggio. Ogni cosa che la costruisce, la sua vita, che ne mette in fila i mattoncini che la rendono sua, unica, odiosa o magnifica, lei le dà una forma con la matita.

normandia-mimo2La conobbi a Saint-Malo, dentro le mura, al tavolino di un bar, un’estate di non so più quanti anni fa. Seguivamo l’esibizione di un mimo, una donna, che pareva una statua, ma “morbida”, se la cosa non sembrasse antitetica. Io la fotografavo, mi attraeva lo sguardo, la placida serenità di stagioni che emanava da un dentro all’apparenza pago. Vivianne la disegnava. Su di un foglio bianco di un quaderno grande. Pensavo lo facesse per “arte” o per esercizio, ma non era così.

A un tratto fu lei a essere incuriosita dalle mie fotografie, e mi rivolse la parola dopo aver “sbirciato” nel display della fotocamera che tenevo in mano: “Com’è felice quella donna! Ha un abbraccio che avvicina…”. Non credo d’averci pensato, quando le risposi con una domanda “Lo dici perché ha le braccia aperte?…” e confermò posando gli occhi per la prima volta nei miei “…perché ha le braccia aperte, oui…”.

Un’ora dopo seppi che era di Marsiglia, stava viaggiando da sola, aveva 28 anni, e “…una decina d’anni fa stavo scendendo in bicicletta dal Panier verso il Vieux-Port, non andavo tanto piano, è vero… a un tratto sbucò un bambino da una viuzza, correva dietro a un pallone, per scansare il bambino la ruota toccò il pallone, persi l’equilibrio e caddi. Battei la testa, mi portarono all’ospedale. Quando mi risvegliai mi dissero che avevo subìto un trauma cranico. C’era stata un’emorragia ma erano riusciti a riassorbirla. Ero salva, ma temevano eventuali complicazioni, bisognava stare a vedere…”.

La osservavo, seguivo le parole uscirle dalle labbra come appena forgiate, gli occhi neri neri che le accompagnavano, un po’ come le rimbrottassero un po’ come le volessero addirittura bene, come fossero figlie e non semplici parole. Poi cambiò bruscamente discorso: “Ti piace viaggiare?”. E fui pronto a dire: “Eccome, è una delle meraviglie della vita!”

Quindi afferrò il quaderno e cominciò a scorrere le pagine, velocemente, erano tutti disegni:

“Questi sono i miei viaggi. Non solo, ma soprattutto..”, la osservavo con gli occhi gonfi di curiosità e un pizzico di allegria per quel tono della voce deciso e aperto, come le braccia del mimo.

“Ho perso la memoria anterograda. Oui… dopo il trauma. Eccola, la complicazione… Per cui ricordo il prima di quel bambino e di quel pallone, ma non riesco a ricordare quasi nulla di quello che faccio, di quello che vedo, di quello che vivo adesso, dopo di allora. Mi annoto le cose con la matita, amo disegnare, lo amo quanto viaggiare, quanto conoscere, quanto…” e scoppiò a ridere mostrando una bellezza fuorviante “…quasi quanto amare!”. Non sapevo cosa dire. Non sapevo se dovessi dire. Ma lo capì, e fu lei a proseguire:

“Per farla breve, ho un solo modo di ricordare, di simulare la memoria, diciamo così. Per cui disegno. Quando riapro il quaderno e guardo il mimo, o qualunque altra pagina, faccio una connessione, e riesco a rivivere, in qualche modo, ciò che vissi sul momento. Non è proprio memoria, oui.. Devo solo stare attenta a non perderli, questi quaderni, per evitare di perdermi…

“E’ stato difficile, sai?.. mi sono arrabbiata, mi sono incarognita con Dio e il mondo, e con quel bambino e quel pallone e persino con me stessa. Per anni se accendevo la televisione e c’era una partita di calcio lanciavo qualunque oggetto contro lo schermo, ne ho spaccati almeno due!… Poi… poi ho capito che il mio viaggio continuava. E ora non spacco più televisori, non odio più i bambini, e ho capito quanto amo disegnare, profondamente, con tutta me stessa. Prima era solo un passatempo, ora è una grande avventura. Provo a spiegarti…”.

E rise nuovamente, avvolgendo l’aria “…perché non è tanto che disegno la mia vita, è che il disegno fa la mia vita. Non so se è chiaro. Io non disegno per forzare un ricordo, io disegno per mettere radici, per resistermi, per sopravvivermi. Disegno la mia forma nel mondo, mettiamola così… Disegno ciò che so, di me, ogni momento. Gli episodi che mi dicono qualcosa, i sentimenti che provo, le emozioni che mi attraversano. Sto imparando a usare i colori, sai?… Fino a qualche tempo fa usavo solo la matita, il tratto, e mi bastava. Ma fa paura dimenticare il futuro. E ora sto studiando i colori, le sfumature dei giorni, c’è molta ricchezza in più! Sai, io non ho perso qualcosa, io ho perso una capacità. Ma va bene ugualmente. Ne sto trovando altre. E’ impressionante, amico, scoprire i colori e le forme della vita. Ecco, vedi?…”, e allargò nuovamente il sorriso, indicandomi il quaderno: “…Io disegno per piantare un seme. E’ questo che faccio. Quando riaprirò quella pagina, germoglierà quel giorno, fra i giorni della mia vita…”