Sono usciti da poco per Il Saggiatore due testi molto importanti, si tratta di Run River, di Joan Didion (traduzione di Sarah Victoria Barberis) e Odio sentirmi una vittima. Intervista su amore, dolore e scrittura con Jonathan Cott, di Susan Sontag (traduzione di Paolo Dilonardo).

Il primo, romanzo d’esordio della nota scrittrice californiana, può essere letto come il ritratto di una famiglia incapace di sopravvivere allo smembramento del sogno americano. È la storia di Lily ed Everett, entrambi discendenti di due facoltose famiglie di Sacramento, novelli sposi tra la fine della Grande Depressione e il secondo conflitto mondiale, storia che si apre e si chiude nel 1959 con un suicidio, un assassinio, annegamenti e il tracollo di uno status quo che si è retto sulle proprie gambe per più di un ventennio.

Con questo romanzo, bello, diretto e intenso, Joan Didion anticipa la caduta definitiva di un modello sociale (il libro è del 1963), quello californiano, ancora fortemente agricolo, legato a vecchie tradizioni. Stanno giungendo gli anni ’60, l’inquinamento atavico delle grandi città ormai è perenne, le grandi vallate del luppolo stanno lasciando il passo ai processi industriali. È un racconto nostalgico, intimo, quasi una ingiallita fotografia di famiglia, che dimostra le grandi qualità artistiche e camaleontiche dell’autrice.

Il secondo testo, invece, potrebbe essere letto come una lunga riflessione divisa in più tappe. Una riflessione sulla malattia e sugli esclusi, sui pazzi, gli artisti, l’amore, l’eros, gli uomini e le donne, l’amicizia, la guerra, il tracollo della società (non solo occidentale). È una lunga confessione in cui la scrittrice newyorkese racconta della difficoltà del proprio lavoro, i suoi gusti letterari, dei periodi di miseria, speranza, conforto, dei suoi modelli e dei suoi demoni. Ne nasce una scrittura appassionata, che mostra momenti di smisurata solitudine e sacrificio, oltre a notevoli pensieri, potenza di immagini visive e grande coraggio, determinazione e coscienza.

La coscienza è uno strumento davvero incredibile, poiché non appena sei conscio di qualcosa, prendi coscienza di qualcos’altro. E non appena formuli un ideale per te stesso, ne vedi tutti i limiti“.