Se chiedete a un turista di spiegarvi per cosa è famosa Brindisi, è probabile che si soffermi a pensarci su qualche secondo. Non a torto: dei sei capoluoghi di provincia pugliesi Brindisi, insieme a Foggia, è quello che più di tutti soffre di un’atavica carenza di riconoscibilità immediata del proprio brand turistico. Il porto e l’aeroporto, a cui di solito si associa il nome della città, sono sì catalizzatori di “traffico” ma contribuiscono anche a creare l’immagine di un luogo di solo passaggio, dove fare scalo prima di spostarsi verso altre destinazioni pugliesi.

Qualche cifra per inquadrare meglio la questione: nell’agosto da poco concluso all’aeroporto del Salento di Brindisi sono transitati, considerati arrivi e partenze, poco meno di 260 mila passeggeri (+ 9,8% rispetto all’agosto 2015). Di questi, solo 74,5 mila erano stranieri (+10%). Si tratta di numeri inferiori agli arrivi e alle partenze dell’aeroporto di Bari-Palese (446 mila), ma che comunque restituiscono l’immagine di uno scalo che fa bene il suo dovere, nonostante sconti un dato strutturale: in tutto il 2014 (dati TDLab) dei 144 milioni di passeggeri che hanno affollato gli aeroporti nazionali, meno di 32 milioni si sono concentrati nei 13 scali del Mezzogiorno. Ma questa è un’altra storia, e si dovrà raccontare un’altra volta. Torniamo a Brindisi.

Dove finiscono i turisti che fanno scalo in città? Alcuni restano, altri se ne vanno, non solo in direzione Lecce e Gallipoli ma diretti nelle stesse province del brindisino. Come riportato dal QuotidianodiPuglia.it, secondo l’agenzia regionale del turismo Pugliapromozione nel 2015 Fasano, con le sue quasi 600 mila presenze, Carovigno, 450 mila presenze, e Ostuni, 403 mila presenze, si sono piazzate sul podio delle mete preferite dai turisti nel brindisino. Al capoluogo di provincia, con le sue 148 mila e rotte presenze, è andata solo la medaglia di legno.

A conti fatti la città soffre, prima ancora che di un problema di destagionalizzazione (comune purtroppo a un numero troppo alto di mete turistiche pugliesi e italiane), di quello di “riempire” la stagione estiva. Per riuscirci, Brindisi ha un forte bisogno di un calendario di eventi migliori di quello attuale; soprattutto, deve smetterla di soffrire la concorrenza e il paragone con Lecce, puntando invece a promuovere i suoi tesori, che esistono e possono, se sfruttati, contribuire un po’ alla volta a dare nuova vita alla città.

Ne ho avuto conferma poche settimane fa, durante un week end con un tempo da lupi che ha spazzato l’intera provincia con pioggia e vento. Ero in città per “la Vendemmia delle Donne”, evento voluto fortemente dal 2008 da Tenute Rubino, per permettere a chi come me non sa nulla di lavoro manuale di godere dell’odore della terra e di partecipare alla raccolta dell’uva. In particolare il Susumaniello, varietà autoctona tipica del brindisino che rischiava l’estinzione perché giudicata improduttiva e che Tenute Rubino ha salvato attraverso una selezione massale su piante vecchie.

Il maltempo ha impedito di prendere parte alle vendemmia, ma mi ha consentito di assistere a cose insolite – guardare gli ospiti giapponesi e quelli americani cimentarsi nella preparazione delle orecchiette alla Masseria il Frantoio di Ostuni: le loro espressioni erano la conferma che sarebbe bastato un piatto di pasta con pomodoro e basilico per cambiare in meglio l’esito della seconda guerra mondiale – e di parlare con gli imprenditori vinicoli del posto.

Uno in particolare: Luigi Rubino, che ha preso le redini dell’azienda agricola creata dal padre Tommaso e l’ha modellata così come impongono oggi le nuove regole alla base del successo dei marchi salentini del vino: rispetto della tradizione ma uso di strumentazioni di ultima tecnologia.  Rubino appartiene a quella nuova classe di imprenditori vinicoli glocal che guardano ai mercati esteri, ma che mantengono ben salde le loro origini. Gli ho chiesto di spiegarmi in poche parole non cosa può fare il turista per Brindisi, ma viceversa. Mi ha risposto così: “Se non possiamo puntare sulla quantità, dobbiamo scegliere la qualità. Questa città non è interessata e forse non può neanche gestire turismo di massa. Ma può puntare sulla nicchia, e far conoscere a nuove categorie di persone la nostra spettacolare enogastronomia e ciò che di bello ha questa terra. Se la politica non ci aiuta, lo faremo da soli”.

Ancora una volta, l’impressione è che gli imprenditori illuminati si muovano prima e meglio degli amministratori locali. Per fare sì che Brindisi possa diventare meta riconoscibile, serve maggiore dinamismo e lungimiranza da parte di chi ha le chiavi della macchina turistica cittadina.

Com’è possibile che la casa del poeta Virgilio, accanto la colonna terminale della Via Appia, sia aperta al pubblico solo durante le giornate del FAI? Perché il Parco del Cillarese, uno dei più grandi e belli della Puglia, ha così pochi servizi per il pubblico? Quanto ci sarà ancora d’aspettare prima che lo splendido lembo di terra sul lungomare, dove c’erano le case dei pescatori, venga modernizzato mantenendone il fascino originario?

Brindisi era conosciuta  sin dall’antichità come Porta d’Oriente, da quando divenne approdo per le truppe romane prima, per i mercanti della Serenissima dopo. Oggi può diventare la Porta del meridione d’Italia, se inizia ad apprezzare le proprie bellezze nascoste e a valorizzarle meglio. Voi che ne dite, brindisini?

Indirizzario
 – Masseria il Frantoio di Ostuni, dove assaggiare i Laganari con verdure grigliate e i fagiolini in fricassea in cesto di pecorino

– Cibus, uno dei migliori ristoranti di Ceglie Messapica, dove assaggiare ricette creative servite tra gli archi di pietra di un locale rustico-chic in un ex convento. Piatto consigliato: orecchie di Prete con cacioricotta e pomodoro
– Numero Primo, l’enoteca di Tenute Rubino sul lungomare di Brindisi.