Perplessità sull’assenza di copertura finanziaria ma anche sulla mancanza di nuovi sistemi di valutazione, che “rischia di compromettere la funzionalità dell’intero impianto, nonché dei principi per la fissazione degli obiettivi da parte dell’autorità politica“. Sono i dubbi del Consiglio di Stato sul travagliato decreto attuativo della riforma Madia sulla dirigenza pubblica, ora all’esame del Parlamento. “Occorrono rilevanti modifiche al decreto per un miglior risultato sul merito, efficienza e responsabilità dei dirigenti”, è la conclusione a cui arrivano i giudici di Palazzo Spada nel parere inviato al governo, in cui chiedono anche di “di valutare possibili correttivi alla norma primaria di delega”. La bocciatura arriva il giorno dopo lo stop, da parte del Tar del Lazio, al regolamento attuativo di un altro “pezzo” della riforma della pubblica amministrazione, quello sulla digitalizzazione dei servizi.

Il primo punto di domanda riguarda la clausola di invarianza di spesa, cioè quella che in pratica prevede che la riforma sia a costo zero. Per il Consiglio di Stato non regge. Del resto anche il servizio Bilancio del Senato ha fatto notare che in base al decreto la retribuzione di risultato arriverà al 30% dello stipendio, contro il 10% attuale, per cui c’è il rischio che le uscite dello Stato aumentino.

“La riforma – proseguono poi i giudici di Palazzo Spada – è priva, per previsione della legge delega, di nuovi sistemi di valutazione della dirigenza“. Cosa che “rischia di compromettere la funzionalità dell’intero impianto, nonché dei principi per la fissazione degli obiettivi da parte dell’autorità politica” visto che “senza la concomitante adozione di norme sugli obiettivi e sulla valutazione è impossibile che gli altri aspetti della riforma della dirigenza possano coerentemente funzionare”.

Non basta: il passaggio nelle commissioni parlamentari e le audizioni sul testo hanno messo in luce che anche altre parti del decreto andranno modificate prima del via libera finale di Palazzo Chigi. Probabilmente verrà rivista la composizione delle commissioni chiamate a giudicare la futura dirigenza pubblica. E non si è ancora deciso come sciogliere il nodo dei dirigenti che finiranno nel ruolo unico statale, locale e regionale. Alla Funzione pubblica sono arrivate diverse critiche sulla scelta di inserire tutti i “capi” in un unico elenco. Prima dell’approdo in Cdm potrebbe quindi essere aggiunta una norma transitoria che assicuri o ai dirigenti che hanno già ricoperto determinati ruoli una via preferenziale per l’assegnazione degli incarichi. Una soluzione “ponte” simile a quella studiata per i segretari comunali. Stessa cosa per il ruolo unico delle Autorità di vigilanza.

Altri ritocchi potrebbero riguardare le norma sulla ripartizione dello stipendio dei dirigenti. Al momento, la regola generale è che la fetta di stipendio legata ai risultati (cosiddetta retribuzione accessoria) non potrà essere inferiore al 50% di quella complessiva che spetta al dirigente. Di questo 50% almeno il 30% dovrà cadere sotto la voce “premio”, mentre la restante parte dovrà contenere il resto: le indennità di posizione e la remunerazione delle responsabilità. Per quanto riguarda, invece, i dirigenti generali, quelli con i gradi più alti, la quota variabile sale al 60%, mentre il premio almeno al 40%. La norma così come formulata, però, non piace affatto ai sindacati. Il governo potrebbe rivedere il testo specificando maggiormente che la norma generale (contenuta nel testo) dovrà poi essere ratificata in sede di contrattazione collettiva.