La scuola italiana è chiusa, poco internazionalizzata, per nulla attraente per gli stranieri e sempre più incapace di fare quel lavoro che più di sessant’anni fa metteva in atto don Lorenzo Milani a Barbiana: mandare i suoi ragazzi a fare esperienza all’estero. Complice la crisi economica, persino i viaggi d’istruzione hanno abbandonato le consuete capitali europee: solo il 57% delle scuole riesce oggi ad organizzare almeno una “gita” all’estero nel corso dei 5 anni per tutte o quasi tutte le classi. Si tratta di un calo di 9 punti rispetto al 2014; -14 rispetto al 2011.

Eppure trascorrere un periodo di studio all’estero serve alla vita. La conferma arriva dall’ottavo rapporto dell’Osservatorio nazionale sull’internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca presentato questa mattina a Milano dalla Fondazione Intercultura che, oltre ad analizzare i dati dell’adesione degli istituti ai progetti che guardano oltre i confini, ha deciso di affidare a Ipsos il compito di recuperare e interpellare un campione tra quelle migliaia di allora adolescenti che, tra il 1977 e il 2012, hanno trascorso all’estero un periodo compreso tra il trimestre e l’anno scolastico. L’84% di coloro che sono partiti per andare a studiare all’estero e oggi ha più di 22 anni ha almeno una laurea, privilegia le facoltà linguistiche e l’area economico giuridica e porta a termine un percorso accademico brillante.

Il 34% non si ferma in Italia ma sceglie di conseguire un titolo di studio terziario all’estero (soprattutto chi ha fatto esperienza di studio in Asia). Il periodo trascorso lontano da mamma e papà e dai propri compagni aiuta anche nella vita privata: la mobilità ha permesso al 41% degli ex-partecipanti di raggiungere una nuova, più matura, percezione e consapevolezza di sé; in particolare è aumentata la sicurezza e la coscienza dei propri punti di forza (27%). Chi è partito ha trovato anche lavoro più facilmente: il tasso di disoccupazione complessivo è inferiore al 9%; tra gli under 30 si attesta al 16% rispetto al 24% sulla corrispondente popolazione laureata in Italia. Felici e soddisfatti visto che tre quarti dei lavoratori ritengono la propria carriera coerente con i loro interessi e aspirazioni.

Di fronte a questi dati , tuttavia, il processo di internazionalizzazione dei nostri istituti è lento. Anzi gli istituti professionali e gli istituti tecnici non avanzano (addirittura arretrano) nel percorso che li apre verso l’Europa e gli altri continenti. Ad incidere sono soprattutto le scuole del Nord Est (che perdono sei punti rispetto allo scorso anno) e quelle del Sud che si attestano sul medesimo indice dello scorso anno. Anzi la situazione peggiora: nell’anno scolastico 2015-2016 meno di due terzi delle scuole secondarie di secondo grado (63%) ha aderito ad almeno una delle iniziative, 5 punti in meno rispetto al 2014. I licei rimangono le scuole più attive (70%), tuttavia il loro coinvolgimento è diminuito (nel 2014 era il 76%). La fondazione Intercultura nel 2016 ha assistito ad un cambio di direzione (in negativo) anche per i programmi di mobilità di classe: poco più di un quarto dichiara di averne organizzati mentre nel 2014 coinvolgevano oltre un terzo delle scuole.

Complici anche il perdurare della crisi economica e i tagli di budget che il sistema scolastico italiano è stato costretto a subire, come gli scambi di classe, anche le altre attività che prevedono periodi brevi di mobilità all’estero e che possono essere organizzate autonomamente dalla scuola appaiono in affanno: gli stage di studio all’estero sono in calo, dal 69% di due anni fa al 64% di oggi. In particolare si registra il minor coinvolgimento diretto delle scuole nell’organizzazione (49% vs 52%). A dare una mano alla scuola ad uscire dal proprio orto è il Clil: l’insegnamento in lingua straniera di discipline non linguistiche coinvolge due terzi delle scuole (66%), un raddoppio rispetto al 2014.

Resta la delusione, infine, di sapere che il Bel Paese non piace più nemmeno ai giovani stranieri: la stima degli studenti stranieri che partecipano a programmi di mobilità individuale in Italia è in calo, da 3.200 studenti in ingresso due anni fa a 2.800 quest’anno.