Mentre continua il tira e molla tra il governo Renzi e la Commissione Ue in vista della presentazione della manovra da almeno 23 miliardi per il 2017, Palazzo Chigi e il Tesoro devono fare i conti con nuove perplessità dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), stavolta sulle tempistiche dell’arrivo della legge in Parlamento, e con i numeri che emergono dalle tabelle presentate dalla Corte dei Conti in occasione delle audizioni sulla nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza.

Il commissario Ue agli Affari economici Pierre Moscovici, che giovedì scorso aveva aperto alla richiesta dell’Italia di poter aumentare il deficit invocando le spese legate a interventi post sisma e assistenza ai migranti, ha precisato che un deficit al 2,4% del pil “non è il numero che abbiamo in mente e il governo italiano lo sa bene”. Peccato che proprio su quella percentuale l’esecutivo contasse di ottenere il via libera: il 2% indicato nella nota infatti tiene fuori le spese per “circostanze eccezionali, ma Padoan già nell’introduzione del documento ha messo nero su bianco l’intenzione di chiedere al Parlamento l’autorizzazione a utilizzare “ove necessario, ulteriori margini di bilancio sino a un massimo dello 0,4%“.

Dal canto suo l’Upb, chiamato la prossima settimana – dopo l’invio da parte del Tesoro delle risposte ai suoi “rilievi tecnici” e la nuova audizione, martedì 11, del ministro Pier Carlo Padoan davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato – a pronunciarsi di nuovo sulla nota che nella sua prima versione ha bocciato per eccesso di ottimismo sulla crescita del pil programmatico, ha fatto sapere che la manovra arriverà in Parlamento ”con un certo ritardo rispetto all’approvazione del Consiglio dei ministri” a causa dei tempi stretti che passano tra la presentazione del Documento programmatico di bilancio (Dpb, in cui vanno indicati saldi e proiezioni di entrate e spese) e del molto più dettagliato ddl bilancio.

In base alla riforma della legge di contabilità e finanza pubblica varata la scorsa estate, infatti, solo cinque giorni separano il termine del 15 ottobre, data entro cui il Dpb deve essere trasmesso alla Commissione europea, all’Eurogruppo e alle Camere e quello del 20 ottobre, scadenza per inviare il ddl bilancio a Montecitorio e palazzo Madama. Troppo pochi, secondo l’Ufficio guidato da Giuseppe Pisauro, che sottolinea i “fattori di complessità” dovuti ai nuovi termini. L’Upb osserva che il termine per la presentazione del disegno di legge bilancio, che per la prima volta rappresenta uno strumento unitario per la definizione della manovra triennale di finanza pubblica, “si colloca successivamente a quello previsto nel framework europeo per la presentazione del Dpb”. Ma il documento, osserva l’Ufficio, “richiede l’esposizione degli effetti finanziari derivanti da quanto verrà disposto con il ddl bilancio”. La sequenza temporale lascia perplesso l’Upb sui tempi di approdo della manovra in Parlamento.

Tutto da vedere, nel frattempo, che la prossima settimana arrivi la validazione del quadro programmatico delineato nella Nota di aggiornamento, in cui – nota l’Ufficio – mancano sia il “rapporto programmatico nel quale sono indicati gli interventi volti a ridurre, eliminare o riformare le spese fiscali (le cosiddette tax expenditures, ndr) in tutto o in parte ingiustificate o superate”, come richiesto dalla legge, sia “rapporto sui risultati conseguiti in materia di misure di contrasto all’evasione fiscale e contributiva”, altro dossier richiesto dallo stesso provvedimento.

A complicare il quadro ci sono poi i dati che emergono, in base alle elaborazioni dell’Adnkronos, dalle tabelle della Corte dei Conti depositate in Parlamento in occasione delle audizioni sulla Nota di aggiornamento. Lo Stato italiano quest’anno incasserà 3,2 miliardi in meno rispetto alle speranze di aprile, ridimensionate soprattutto a causa delle minori entrate tributarie di circa 2,1 miliardi: tra le stime contenute nel Documento di economia e finanza, presentato ad aprile del 2016, e l’aggiornamento dello scorso mese si registra un calo delle entrate totali finali dello 0,4%, da 789,4 a 786,2 miliardi. Dalle informazioni fornite si evince che anche le entrate tributarie si riducono dello 0,4% (da 495,2 a 493,1 miliardi). Il minore incasso è dovuto, in particolare, alle minori entrate indirette che arriva a -4,4 miliardi (da 245,3 a 240,2 miliardi).

A colmare il buco non è stato sufficiente l’incremento delle imposte dirette, che superano le attese di 2,5 miliardi passando da 245,7 a 248,2 miliardi. Sul fronte delle uscite si registra un risparmio alla voce ‘redditi da lavoro dipendente‘, che passano da 163,9 miliardi a 162,9 miliardi, e sulle prestazioni sociali, che si riducono di 500 milioni (da 340 a 339,5 miliardi). I consumi intermedi, al contrario, salgono di 1,7 miliardi, da 131,7 a 133,4 miliardi. Dalla tabella che riporta le entrate e le uscite in percentuale al prodotto interno lordo, si scopre che le entrate totali finali passano dal 47,2% del pil conteggiato nel Def (789,4 miliardi) al 47%, pari a 786,2 miliardi. Le minori spese previste nella nota di aggiornamento, rispetto a quelle contenute nel Def, non sono sufficienti a compensare le minori entrate fiscali. Ne consegue che l’indebitamento netto, inizialmente stimato in 39,3 miliardi, cresce a 40,7 miliardi, portando la percentuale rispetto al pil dal 2,3% al 2,4%.