La scuola, come sappiamo tutti in quanto padri, figli e operatori, è un disastro. E non da ieri. Quel poco che ne restava è crollato sotto i colpi delle varie “riforme” Moratti, Gelmini, etc, passando per i Berlinguer. Quest’ultimo si distinse soprattutto nel campo universitario, ma uno per uno tutti i settori sono stati colpiti, con le varie eccellenze: materne, elementari, licei, nulla è stato risparmiato. Fu persino eliminato fisicamente l’aggettivo “pubblica”, con un atto di rara coerenza essendo l’obiettivo quello di favorire l’istruzione privata, in particolare cattolica.

Era molto difficile peggiorare una situazione già così pesantemente compromessa. Eppure, basta sentire una qualunque persona del mondo della scuola – docenti, dirigenti, amministrativi, ausiliari o anche semplicemente gli studenti, come utenti – per capire che si stanno toccando vette inesplorate di inefficienza. Che si cominciassero le lezioni con dei buchi di organico, in attesa delle nomine, è sempre successo. Ma quest’anno si è superato ogni limite: interi corsi non sono potuti partire prima di due – tre settimane.

A Rebibbia, realtà che conosco da vicino, il “professionale” era ridotto a due soli insegnanti e le nomine tardano ad arrivare; l’agrario sta cominciando le prime presentazioni agli studenti solo ora, col mese di ottobre, come ai bei tempi. Nel “tecnico economico” siamo tuttora a orario ridotto, con noi pochi presenti ad affannarci qua e là per coprire tutte le classi nei diversi settori del carcere.

Il bello è che tutto ciò avviene mentre dall’alto vengono sbandierate le tante assunzioni della “buona scuola”. Il meccanismo perverso che (dis)orienta i nuovi assunti in ruolo mi è stato ben illustrato da una persona esterna alla scuola, quindi in perfetta buona fede: un agente di polizia penitenziaria proveniente dal profondo Sud.

Sua sorella è stata chiamata a fine agosto per prendere immediatamente servizio a Torino. Giunta in città con il primo aereo, il suo posto non c’era ed è stata spedita a Milano, col treno ad alta velocità per fare in fretta. Anche lì nessuno sapeva nulla della sua posizione; quindi, per non affrontare ulteriori spese di albergo, particolarmente onerose, è venuta ad “appoggiarsi” a Roma dal fratello.

Questi, non sapendo nulla della scuola, le ha potuto al massimo indicare la scuoletta dove va sua figlia. Non era il solo, evidentemente: il primo giorno, all’apertura dei cancelli, di fronte a uno sparuto gruppetto di scolaretti, si presentava una agguerrita mandria di 47 insegnanti, per due soli posti disponibili. Intanto la segreteria ha provveduto a metterli tutti “in ruolo” almeno formalmente, per garantirgli lo stipendio. Poi, in pochi giorni, tutti hanno trovato la propria utilizzazione o assegnazione provvisoria da qualche parte, magari vicino casa, e oggi sono rimasti in tre ad alternarsi nelle lezioni. Il tutto in completa assenza di regole e di certezze, per sé e per gli studenti. Al punto che l’agente, che di inefficienza suo malgrado ne sa qualcosa, mi ha detto: “Certo, state messi male voi della scuola”.

Non è un caso isolato, purtroppo. Sento e leggo una quantità di racconti dell’orrore di questo tenore. Particolarmente penosi, quello degli insegnanti di sostegno continuamente sballottati a discapito tra l’altro dei bambini bisognosi. È la logica che non trova posto in questo disastrato mondo della scuola. Se almeno si ottenessero dei risparmi, potremmo trovare un senso (anche ammesso che sia lecito risparmiare sul futuro rappresentato dalle nuove generazioni). Ma con gli assunti del “potenziamento” non si ottiene neanche quell’obiettivo.

Com’è successo lo scorso anno scolastico, può capitare che si mette in malattia l’insegnante di una materia “di indirizzo”, quelle importanti da portare agli esami di maturità. Anche la sua supplente si ammala. Il posto viene coperto da un neo assunto del potenziamento che a sua volta è in malattia. Alla fine, dopo mesi, alla fine dell’anno arriva la supplente fresca di nomina, piena di entusiasmo. Un solo problema: insegna storia dell’arte, materia che non ha mai trovato luogo negli organici di Rebibbia. Ma forse qui sbaglio, una logica sottesa c’è: si è voluto sopperire a una grave mancanza della scuola in carcere. È un bene che gli studenti detenuti sappiano qualcosa di arte, in un Paese che detiene i due terzi del patrimonio culturale del mondo. A sua insaputa.