L’ultima vittima illustre, “autoimmolata” sull’altare della propaganda renziana per il Sì al referendum, che dovrebbe segnare l’alba del nuovo mondo, si chiama Roberto Benigni che con un paragone trito, banalmente governativo e totalmente infondato “la vittoria del No peggio della Brexit” ha dato la prova più misera per il comico innamorato “della Costituzione più bella del mondo”.

Ma l’uscita di Benigni che inevitabilmente segna il suo punto più basso dopo le “seratone” di Rai 1, già distanti anni luce dalle battute fulminanti e indimenticabili che solo l’esibita e svergognata arroganza di B. sapevano suggerirgli e di cui stranamente non ritrova traccia nel potere odierno, è solo un altro tassello, il più triste, del gigantesco e spropositato apparato della macchina del Sì.

Anche se la mobilitazione governativa era scontata ed il sostegno mediatico annesso pure, il volume dell’intensificazione della campagna sul territorio oltre che nei “duelli” televisivi e naturalmente sui social da parte del presidente del Consiglio che ha annunciato tre-quattro appuntamenti quotidiani per “spiegare le ragioni del Sì” fino al 4 dicembre confermano qualcosa di più pericoloso della “personalizzazione“.

C’è un capo del governo “stipendiato” dai cittadini per svolgere il suo ruolo istituzionale che si impegna 24 ore al giorno per fare campagna elettorale per una riforma elettorale di cui sarebbe titolare il potere legislativo, anche se notoriamente è stata approvata in un’aula abbandonata dalle opposizioni. Ed incredibilmente il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, fresca della trasferta per portare a casa i Sì degli italiani all’Estero, è arrivata a sostenere che il fronte del No non rispetta il lavoro del Parlamento.

E c’è un partito, quello di cui il presidente del Consiglio è segretario, che per la campagna pubblicitaria per il Sì ha ingaggiato il guru mediatico di Obama e di Cameron, che gli costa 400.000 euro, (già remunerato con analogo compenso per la campagna No Imu che avrebbe dovuto fare da traino per le amministrative) e che complessivamente ha stanziato quasi 3 milioni.

E ci sono gli uomini del presidente del Consiglio, tra cui spicca il fedelissimo e potente sottosegretario Luca Lotti, impegnato ventre a terra in una campagna elettorale molto simile ad una guerra senza esclusione di colpi in primo luogo nei confronti di chi nel Pd si mette di traverso, come Massimo D’Alema, liquidato, con argomenti non propriamente politici, alla stregua del più disprezzabile avversario come uno “accecato dalla rabbia personale per non aver avuto la sua poltroncina di consolazione”.

In concomitanza con le critiche, queste argomentate, da parte di commentatori e di una stampa internazionale che sembra ne abbia abbastanza “del ponte costituzionale sul nulla” secondo il titolo del Financial Times i toni di chi credeva di vincere forte del suo strapotere si inaspriscono, la disponibilità di Renzi a “duellare” nei “rodei per il suo ego” si moltiplica, il dibattito sul merito evapora a favore dei colpi bassi e dell’irrisione. Però, paradossalmente ma non tanto, le idee degli elettori potrebbero chiarirsi almeno in merito alle intenzioni di chi ha la massima responsabilità di aver trasformato quello che doveva essere un confronto tra opinioni in una battaglia senza esclusione di colpi per mantenere il proprio potere ed in una resa dei conti interna.