Pena ridotta, ma colpevolezza confermata. Anche per i giudici della Corte d’assise d’appello di Roma fu Marco Di Muro, la notte di Halloween del 2012, ad uccidere Federica Mangiapelo tenendole la testa sotto l’acqua del lago di Bracciano. La corte, presieduta da Giancarlo De Cataldo, ha condannato il 21enne di Formello a 14 anni di reclusione, quattro in meno rispetto a quelli inflitti in primo grado dal gup di Civitavecchia a conclusione del processo col rito abbreviato, in cui il giovane era imputato per omicidio volontario aggravato.

Il cadavere della 16enne ragazza di Anguillara Sabazia era stata trovato da un passante la mattina del 1° novembre sulla spiaggia del lago di Bracciano. Sul suo corpo nessun apparente segno di violenza; dettaglio che aveva spinto inizialmente spinto gli inquirenti ad ipotizzare un semplice incidente. I carabinieri accertarono che Federica era uscita dall’abitazione del padre Gino intorno alle 22.30 del 31 dicembre, per andare con il fidanzato Marco e festeggiare la notte di Halloween. Verso le 3 della notte scoppiò un litigio tra i due, al termine del quale la ragazza chiese di essere riaccompagnata a casa.

I sospetti ricaddero inizialmente su Di Muro. Il quale, immediatamente interrogato, disse che nel periodo in cui fu fatto risalire quell’annegamento, lui non si trovava con la fidanzata. Dall’autopsia, l’iniziale conferma: il responso fu quello di morte per cause naturali. Di Muro fu iscritto nel registro degli indagati come “atto dovuto”, al fine di consentire agli specialisti del Ris di effettuare alcuni ulteriori accertamenti, ma anche perché il ragazzo fu ritenuto l’ultima persona ad aver visto Federica. Il giovane più volte disse di avere lasciato la fidanzata da sola, in una notte particolarmente fredda e piovosa, attorno alle 3.

La svolta nelle indagini arrivò nel dicembre del 2014, quando Di Muro fu arrestato con l’accusa di omicidio volontario aggravato. L’ipotesi accusatoria fu quella di un litigio, forse per motivi di gelosia, al culmine del quale ci sarebbe stato uno strattonamento, una caduta a terra, e alla fine l’annegamento causato dallo stesso Di Muro, che trattenne la testa della fidanzata sotto l’acqua. Ipotesi confermata da un ulteriore accertamento: la perizia pneumologica in sede d’incidente probatorio stabilì che Federica era morta per annegamento, e non per cause naturali.

Il 17 luglio 2015 ci fu l’udienza preliminare, con la richiesta di rito abbreviato e la condanna di Di Muro a 18 anni di reclusione. E ora la sentenza d’appello conferma la tesi accusatoria. La pena, tuttavia, è stata ridotta in quanto la corte ha ritenuto di dover dare maggior peso alle attenuanti generiche, equiparandole così all’aggravante della minorata difesa contestata al giovane.