Il territorio (macroeconomico) che stiamo attraversando è assolutamente inesplorato. Siamo in piena deflazione globale, e la deflazione porta con se la depressione. Cos’è la deflazione? Detto in modo molto semplicistico è il fenomeno dei prezzi che scendono invece che salire.

Molti penseranno che non è un male, fino all’altro ieri ci hanno riempito la testa sul pericolo dell’inflazione, quando i prezzi salivano troppo e troppo in fretta; adesso che i prezzi scendono ci rompono ancora la testa sostenendo il contrario? Facendo una semplice analogia si può però capire agevolmente il rischio insito in entrambe le situazioni. Cercherò di spiegare il fenomeno con due esempi semplici.

L’inflazione è come quando siete in macchina e volete fare un viaggio tranquillo, godendovi il panorama, ma non siete voi a guidare, al volante c’è qualcuno che comincia a correre e correre, e fa sorpassi azzardati. Voi cominciate a preoccuparvi al punto che il panorama non vi interessa più, a rischio ora c’è la vostra salute, se non persino la vita.

La deflazione è invece quando vi trovate su una strada collinare stretta e con tante curve e vi trovate davanti qualcuno che viaggia esageratamente piano. Davanti a voi c’è già la fila, vorreste sorpassare ma non potete, prima di tutto perché è vietato e poi è anche rischioso.

Non è proprio questo, trasposto in campo economico, il caso dell’Italia oggi? Vorremmo correre più forte ma non possiamo, bloccati da (strampalate) regole europee (ma anche dal peso del nostro debito).

Però a livello globale non sono tutti zavorrati, come l’Italia e altri paesi della Comunità europea, che sono vincolati ad una moneta comune, l’euro, che non riflette politiche finanziarie comuni). Il Giappone, la Svezia, la Svizzera, la Danimarca, ecc. sono libere di governare autonomamente la propria economia e la propria finanza eppure sono anch’esse costrette a navigare controcorrente in una spirale deflazionistica che ha già portato le loro banche centrali a praticare tassi negativi sui depositi delle banche dei loro paesi. Come del resto sta già facendo la Banca Centrale Europea da due anni (con un tasso oggi negativo al -0,40%).

E così fan tutte ormai. Tutte le banche centrali delle maggiori economie del globo se non hanno il tasso sotto zero ci vanno già molto vicino. Il tasso degli Usa è appena dello 0,25% e, proprio questa settimana la Fed ha deciso di mantenere ancora invariato il tasso, nonostante le pressioni e le aspettative di rialzo.

Benché la strategia di abbassare i tassi e di svalutare le monete abbia fino a qualche anno fa sempre funzionato, perché i paesi che necessitavano aggiustamenti alla propria dinamica finanziaria l’attuavano uno o pochi alla volta, oggi non funziona più perché lo stanno facendo tutti assieme; e più o meno tutti assieme hanno imposto politiche di austerity che, deprimendo la domanda interna del proprio paese, in un mondo globalizzato, hanno di fatto reso molto problematica l’esportazione a qualcun altro, allargando così la crisi depressiva a tutto il pianeta.

Ma il caso topico, allo studio di tutti, è quello del Giappone, che è tecnicamente in deflazione ormai da venticinque anni, e non è ancora riuscito a venirne fuori. Eppure l’economia giapponese non va male, con buoni indicatori di crescita per persona e di disoccupazione (sotto al 4%) migliori di quelli americani. C’è però la pesantissima zavorra del debito pubblico, che ha già raggiunto quota 230% sul Pil (cioè più del doppio dei beni prodotti!) a rendere la situazione finanziaria giapponese pericolosa e perennemente sotto osservazione.

Recentemente anche il Nobel Joseph Stiglitz se n’è occupato in un interessante, ma piuttosto tecnico, articolo “A better economic plan for Japan” per suggerire a Haruhiko Kuroda (Bank of Japan) alcuni interventi di finanza pubblica (carbon tax, ecc.) accompagnandoli con un sostanziale allungamento delle scadenze del debito fino ad emettere obbligazioni “perpetue”, che pagano cioè solo interessi (bassi) e non rimborsano mai il capitale. Stiglitz evidenzia però anche il fatto che buona parte del debito che lo Stato emette è un debito verso se stesso. Da questa considerazione potrebbero partire “semplificazioni” nella rappresentazione del debito che darebbero verso il mercato una migliore immagine di se stessi. In pratica il governo può ripagare questi debiti semplicemente cancellandoli, riducendo cosi’ drasticamente il livello del proprio indebitamento.

Tutto questo ovviamente non sarebbe però possibile in Europa, dove la Banca Centrale non può operare (per ora almeno) in accordo con un singolo governo. Tra le altre opzioni possibili (non solo per il Giappone) esiste anche la vecchia idea di Friedman: l’”Helicopter Money” di cui ci siamo occupati recentemente anche in questo blog.

In conclusione di questa breve “panoramica” rimane però un problema irrisolto, quello di un debito globale (pubblico e privato insieme) che, nonostante tutto, continua a crescere. Nel 2008 era pari al 180% dei beni prodotti, oggi è del 210%.