Il lancio a fine agosto della campagna del Ministero della Salute sulla fertilità (22 settembre Fertility day) si è rivelato un boomerang e il progetto ha subìto un ridimensionamento. Nei piani non doveva andare così, ma già il 1° settembre il premier Matteo Renzi ha detto: “Non ne sapevo nulla, ma non conosco nessuno che fa figli per un cartellone”. Infatti la concomitante campagna per immagini del Fertility day è divenuta una sorta di “Giorno della procreazione” spostando il fuoco del tema, con slogan e raffigurazioni di dubbio gusto.

La campagna governativa ha scoperchiato, sui social come sulle testate giornalistiche più attente, il quadro sociale che illustra i motivi per i quali in Italia nascono sempre meno figli. Dal 1994 il costante calo di natalità è frutto delle scelte di politica economica: su tutte la progressiva estensione del precariato che ha contribuito, più di ogni altra ragione, a modificare e restringere i progetti di natalità delle giovani coppie.

La denatalità è un’emergenza che affligge l’Europa nel suo insieme. Persino la più prolifica Irlanda nel 2014 (dati World Bank) ha registrato un tasso medio di natalità di 2 figli per coppia, appena sotto all’indice di 2,1 segnalato dai demografi come il punto di equilibrio per mantenere il quadro di composizione per età all’interno di uno Stato. Da anni l’Italia si colloca decisamente al di sotto di questo indice, segnando nel 2014 un tasso di fertilità di 1,4. Ancora più in basso sono Grecia, Spagna e Portogallo, a dimostrazione di come l’insicurezza, aggravata dagli effetti della crisi economica, sia la componente decisiva nella rinuncia, provvisoria o definitiva, a diventare genitori.

Il Fertility day è accompagnato da un documento “teorico” di 137 pagine. Vi si dice che se rimane costante questo ritmo di crescita, nel 2050 ci sarà solo il 16% della popolazione in età lavorativa che potrà contribuire al mantenimento dello Stato sociale (sanità, pensioni, eccetera).

In queste condizioni, il welfare rischia di non esserci più, dal momento che lo Stato sociale per funzionare (al netto di distorsioni e corruttele) necessita di un’alta percentuale di popolazione giovane e impiegata. Tuttavia nel documento si ridimensiona il peso delle condizioni economiche come causa della scarsa procreazione attribuendola “soprattutto” a fattori “culturali e sociali”. Di fronte a questo tipo di analisi, le soluzioni indicate possono essere solo di taglio propagandistico e per l’occasione non sono mancati toni discriminatori: “La parola d’ordine sarà scoprire il Prestigio della Maternità”.

Già “parola d’ordine” su un documento ministeriale è inquietante (uno Stato democratico non può entrare nella sfera dell’intimità), ma non è meno grave avvalorare l’idea del “prestigio della maternità” che, da un lato, è un codice pubblicitario utilizzato per i beni di lusso, e, dall’altro lato, è discriminante nei confronti delle coppie che decidono di non avere figli (o non possono averli). Inutile sollecitare un’aspirazione naturale se questa non può essere realizzata: si genera soltanto ulteriore frustrazione.

Il ridimensionamento della campagna ha portato all’oscuramento delle infelici immagini (e degli slogan) che hanno lanciato l’iniziativa. Decine di migliaia di proteste verso questo Fertility day hanno messo in luce proprio quella realtà sociale che il documento governativo avrebbe voluto minimizzare.

fertility-day“La fertilità è un bene comune” recita uno degli slogan di accompagnamento. Nessun dubbio che ogni nascita arricchisca l’umanità, ma la maternità non è un bene sociale se, all’atto dell’assunzione, si domanda a una ragazza se ha intenzione di diventare madre o se, una volta partorito, la donna viene licenziata.

E si potrebbe continuare parlando degli asili sempre insufficienti, costosi se privati, e spesso distanti dal posto di lavoro. Un mondo diverso sarebbe possibile. Per fare un esempio fra i tanti: l’Università libera di Bruxelles ha un asilo per i figli dei dipendenti. Sono esperienze ormai lontane dalla nostra concezione, sia nel pubblico che nel privato dove lo Stato potrebbe incentivarle.

Il Fertility day, in versione ridotta, rinuncerà ai proclami demografici per concentrarsi, da un punto di vista sanitario, sulla fertilità e sulle cause che la pregiudicano.

La parte sui fattori di rischio ambientale informa che ci sono categorie di lavoratori esposti a sostanze chimiche o a radiazioni la cui fertilità può essere compromessa. Si suggerisce che è consigliabile “effettuare visite andrologiche e ginecologiche periodiche”. Si sarebbe anche potuto aggiungere un impegno per bonificare le aree particolarmente compromesse dagli effetti della contaminazione ambientale, dove sono maggiori i casi di infertilità e di tumori fra i bambini. O anche questo è un problema secondario?