“L’idea che la Germania possa dare una spinta alla congiuntura europea attraverso un programma di investimenti pubblici è ingenua. da una parte gli effetti di ricaduta economica sugli altri Paesi sono troppo bassi. Dall’altra per una crescita sostenibile sono determinanti le condizioni locali – non solo strade e ponti ma anche un’amministrazione ben funzionante, una giustizia efficiente e un elevato livello d’istruzione“. Così Jens Weidmann, presidente della banca centrale tedesca, in un’intervista a La Stampa risponde a muso duro sia al numero uno della Bce, Mario Draghi, sia agli attacchi per nulla velati del premier italiano Matteo Renzi, che negli ultimi giorni non perde occasione per accusare la Germania di “non rispettare le regole” sul surplus commerciale.

Berlino infatti, come ribadito domenica dal presidente del Consiglio al Corriere della Sera, “viola la regola del surplus commerciale: dovrebbe essere al 6% e invece sfiora il 9%. Nessuno chiede ai tedeschi di esportare di meno, ma hanno l’obbligo di investire di più”. E ancora: “Sono 90 i miliardi di euro in investimenti che dovrebbe fare la Germania per rispettare le regole“. Tesi confortata da Draghi, che al termine dell’ultimo consiglio direttivo dell’Eurotower ha sottolineato come Berlino abbia “margini di bilancio per favorire la ripresa, a beneficio di tutta l’area euro”.

Ma il “falco” che guida la Bundesbank, noto per le posizioni pro austerity e contrarie alle politiche fiscali e monetarie espansive, ha buon gioco a replicare che se Paesi come l’Italia non crescono non è colpa dei tedeschi ma dal contesto interno. “Il Jobs Act, così come l’Italicum hanno un approccio corretto”, concede Weidmann, mettendo insieme curiosamente riforma del mercato del lavoro e nuova legge elettorale. Ma il percorso di risanamento dei conti pubblici deve continuare: “Un fuoco di paglia congiunturale finanziato col debito non rimuoverebbe la debolezza strutturale della crescita in Italia. Quello di cui c’è bisogno è che il governo italiano applichi e porti avanti le riforme strutturali che ha già iniziato”.

“Visto l’elevato debito pubblico“, che continua a crescere, “il consolidamento di bilancio rappresenta un compito prioritario“, tanto più che l’Italia è stata avvantaggiata dal piano di acquisto di titoli pubblici della Bce (quantitative easing) e dunque “il deficit è sceso negli ultimi tempi solo perché il Paese ha dovuto pagare meno interessi sul debito”. Prova, secondo Weidmann, che “i bassi tassi di interesse continuano a fiaccare la disciplina di bilancio” di cui al contrario c’è assoluto bisogno perché “le montagne di debiti possono diventare un problema nel momento in cui i tassi di interesse riprendono a crescere”. E il patto di stabilità e crescita, di cui l’Italia auspica un’applicazione meno severa, “non è affatto rigido: contiene numerose eccezioni e tale flessibilità è già stata stravolta e abusata“. Ma, contrariamente alla visione del governo italiano, dal punto di vista del banchiere centrale questo ha avuto “effetti deleteri” sulla “funzione disciplinante del patto sui bilanci pubblici”.