Ossa rotte, denti spezzati, tumefazioni e alcune lettere incise sul corpo. Sono gli ulteriori risultati dell’autopsia – pubblicati da Corriere e Repubblica – sul corpo di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso lo scorso 25 gennaio a Il Cairo e ritrovato morto il 3 febbraio. Che Regeni fosse stato torturato si era capito appena i primi esiti degli esami erano stati resi noti. Risultati che avevano spazzato via la tesi degli egiziani che avevano propinato all’Italia prima l’incidente stradale, poi il rapimento da parte di una banda di criminali. Le 225 pagine firmate dal professor Vittorio Fineschi delineano ancora più dettagliatamente invece le sevizie subite dal giovane.

Nel referto si legge come “sulla regione dorsale a sinistra della linea si trovano un complesso di soluzioni disposte a confermare una lettera”. Segni anche all’altezza dell’occhio destro, a lato del sopracciglio e poi sulla mano sinistra dove c’era una X. Segnalata anche una lettera presente sulla fronte”. Giulio è stato massacrato per più giorni da professionisti della tortura come aveva già scritto l’agenzia Reuters citando fonti della procura egiziana, ma oggi sappiamo anche che sono cinque i denti fratturati, rotte le due scapole, l’omero destro e sia le dita delle mani che quelle dei piedi.

“È evidente che le torture che gli sono state inflitte non possono che essere l’opera perversa di qualche professionista della tortura. L’hanno usato come una lavagna. C’è stata un’azione mirata e sistematica sul corpo del povero Giulio. Azioni – dicono i genitori della vittima – che possiamo ricondurre alle modalità già variamente e riccamente illustrate da vari rapporti internazionali, come quelli di Amnesty. So che per chi vive in Italia non esiste sistema cognitivo ed emotivo per anche solo riuscire ad immaginare cosa sia successo a Giulio”.

Intanto nelle prossime 48 ore i cinque investigatori egiziani incontreranno il procuratore Giuseppe Pignatone e il team di inquirenti italiani. Sul caso Regeni sono arrivati poi ieri alcuni documenti da Cambdrige. Alcuni aspetti sono ancora da chiarire a partire dal traffico delle celle telefoniche in cui il ricercatore italiano venne sequestrato. Dopo le proteste ad aprile del ministro Paolo Gentiloni per la mancata collaborazione da parte del Cairo alle indagini, la famiglia Regeni continua a sperare che da oggi si possa fare maggiore chiarezza. “Siamo così abituati ai depistaggi, ma attendiamo. Non rinunceremo mai alla verità“.