“Tu padrone?” mi chiede Boshko, un bambino di 10 anni con i capelli nerissimi, leggero strabismo e la maglietta dell’Italia. “Tu padrone?” mi ripete all’ingresso del ghetto. Gli unici italiani che conosce sono i “padroni”, dei suoi genitori, gli schiavi bianchi della Puglia del XXI secolo. Per lui “italiano” e “padrone” sono parole che si equivalgono.

Boshko è un bambino rom e vive con i suoi genitori e i sei fratellini a Borgo Tressanti, borgata nata dalla bonifica fascista, in provincia di Manfredonia, all’interno del “Ghetto dei Bulgari” che attualmente conta 800 persone. Tutti bulgari, tutti rom. Metà sono bambini. In Puglia questi gironi infernali non sono nascosti, come i “campi nomadi” delle metropoli del Nord, e qui si ha almeno il coraggio di chiamarli con il loro nome: “ghetti”, un abisso di miseria dove mosche e puzza di rifiuti in decomposizione risaltano più della mancanza di qualsiasi servizio.

Anche Stilia, come Boshko, come tutti gli abitanti del ghetto, viene da Sliven, una città della Bulgaria orientale dove il 30% degli abitanti sono rom. Ha 50 anni e al nostro arrivo è chino su un quaderno a mettere in colonna le sue ore di fatica. Il “padrone” deve pagargli una settimana di lavoro nei campi ma ogni volta lo rimanda a casa “perché c’è la crisi e i soldi non ci sono”.
“Lavoro dalle 4 di mattina sotto il sole, a raccogliere pomodori e mi spettano i miei 25 euro a giornata”, mi racconta Stilia. E’ una persona paziente, Stilia, sa aspettare; gliel’ha insegnato la vita. “In fondo c’è chi sta peggio di me – si consola – Gli africani lavorano anche dopo mezzogiorno e riescono ad andare avanti mangiando solo pane e maionese. Se vogliono l’acqua il padrone gliela fa pagare. Devono farlo perché devono pagare i debiti con chi li ha portati qui”. Si riferisce ai 500 richiedenti asilo che vivono nel vicino Cara che, nell’attesa del riconoscimento dello status di rifugiato, consegnato la loro vita nella mani dei “caporali” locali. Per la raccolta dei pomodori spesso si preferiscono loro, sono più forti e resistenti.
Il listino prezzi, per braccianti africani e bulgari è però identico: il trasporto con il furgone costa cinque euro a testa e per ogni cassone da tre quintali — pagato quattro euro e mezzo — il caporale trattiene cinquanta centesimi. I rom di Sliven da una decina d’anni si accampano su questa terra cotta dal sole. Sono lavoratori stagionali: arrivano a marzo e restano fino a novembre per la raccolta dei e dell’uva. Mettono da parte qualche centinaio di euro con cui riescono a sopravvivere al freddo inverno bulgaro.

Nella favelas pugliese, dove vivono almeno 400 bambini non c’è una scuola, non esiste uno spazio per giocare, non c’è acqua, non c’è futuro, non ci sono diritti. Inutilmente chiedo a Boshko un pallone per giocare e lui finge di non capire. C’è solo la minaccia di uno sgombero che la Prefettura di Foggia ha promesso di fare. Ma perché accettare questa vita?

Me lo spiega Stilia nella sua lucida analisi: “I rom in Bulgaria sono discriminati. Non c’è istruzione e non c’è lavoro. Prima, durante il comunismo, si stava meglio. Mio padre era addetto alla macellazione del mattatoio di Sliven e anche io da giovane ho lavorato in una fabbrica di acconciatura. Poi, è iniziata la crisi e da noi non si riesce a sopravvivere. Siamo obbligati a venire qui dove almeno riusciamo a guadagnare qualcosa onestamente. Ma se la Bulgaria adotterà l’euro – conclude – siamo tagliati fuori”.

Lo ascoltiamo con attenzione mentre al mio fianco Antonio Ciniero dell’Università del Salento fa un po’ di conti: “Anche i braccianti bulgari alla fine ricevono un salario giornaliero di gran lunga inferiore a quello previsto dai contratti nazionali e provinciali del lavoro, contratti che, naturalmente, nella quasi totalità dei casi non esistono. Quando va bene raggiungono i 25 euro a giornata per 12 ore di lavoro. Ma poi bisogna aggiungere i soldi per il trasporto e per l’acquisto di cibo dai caporali. Sotto il sole una bottiglia d’acqua può arrivare a costare anche 3 euro”.

Gli schiavi bianchi di Borgo Tressanti, pur essendo rom, non sono stigmatizzati dall’opinione pubblica come gli altri, non sono accusati di furti e di roghi, non corrono il rischio di essere sgomberati. Sono un piccolo tassello della nostra sporca filiera agricola e quindi troppo preziosi per finire nella calderone del disprezzo mediatico. Fino a quando continueranno a venire in Puglia o, mi ricorda con un saluto Stilia, fino a quando la Bulgaria non adotterà l’euro. Poi si cercheranno altri “padroni”.