Dopo la stangata, le polemiche. Non si placa il polverone innescato dalla decisione di Bruxelles di imporre all’Irlanda di recuperare da Apple 13 miliardi di tasse non versate grazie a illeciti benefici fiscali di cui l’azienda di Cupertino ha goduto tra il 2003 e il 2014. Prima l’intervista al direttore finanziario del gruppo, l’italiano Luca Maestri, che critica aspramente la Commissione. Poi il commento dell’ex commissaria all’antitrust europea, nel frattempo diventata consulente di Uber, Neelie Kroes, che si schiera accanto alla multinazionale della mela. E a stretto giro la replica piccata della Ue e l’annuncio del governo di Dublino che intende ricorrere in appello contro la scelta presa da Margrethe Vestager e dal suo staff.

Ma andiamo con ordine. Dopo le aspre reazioni dell’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, che giovedì ha definito la scelta di Bruxelles una “totale schifezza politica”, interviene anche Luca Maestri a difendere l’operato dell’azienda creata da Steve Jobs. Dalle colonne del Corriere della Sera, il direttore finanziario di Cupertino contesta la relazione presentata martedì scorso dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager, sostenendo che Apple due anni fa ha versato ben 40o milioni di dollari di tasse nelle casse di Dublino. “Crediamo sia il più grande versamento che qualunque impresa abbia fatto nel 2014 in Irlanda”, precisa Maestri, che prosegue: “Il nostro reddito lì è soggetto all’aliquota normale del Paese, il 12,5%“. Non la pensa così la Commissione. A giudizio di Bruxelles, attraverso il meccanismo dei “tax ruling” (sorta di concordato tra fisco e impresa), Apple ha pagato una cifra assai inferiore: tra lo 0,005% e lo 0,1% sull’imponibile totale.

Maestri, però, non ci sta, e ribatte che la Commissione giunge a quelle cifre solo perché “si disinteressa completamente” di come funziona la legislazione fiscale in Irlanda e negli Stati Uniti. “Molti dei redditi che generiamo in giro per il mondo – continua il direttore finanziario di Apple – sono tassati negli Stati Uniti, a un’aliquota molto alta”, che si avvicina “al 40%”. Sul perché, però, sui profitti fatti in Europa Apple paghi le tasse oltreoceano, le risposte di Maestri sono più ambigue: ciò accadrebbe, è la sua versione, “perché generiamo la nostra proprietà intellettuale qui in California”. Poi Maestri, manager da 25,3 milioni di dollari all’anno di retribuzione, si dice preoccupato del fatto che l’Europa che in campo fiscale non riesca a trovare linee guida chiare e univoche e torna a ventilare conseguenze negative per gli investimenti nel Vecchio Continente: “A parte la nostra reputazione, che difenderemo, il vero danno riguarda l’economia europea” perché “in questo momento ci sono aziende in Europa, negli Stati Uniti, in Asia che si chiedono come potranno gestire i rischi sul sistema fiscale nell’Unione Europea, se non c’è certezza della legge”.

La presa di posizione di Maestri ricalca quella espressa, dopo il pronunciamento della commissaria Vestager, da un portavoce del tesoro americano, che proprio martedì aveva affermato: “Le azioni della Commissione europea potrebbero minacciare gli investimenti stranieri, il clima degli affari in Europa, e l’importante spirito della partnership economica tra Usa e Ue”. Parole dure, che a qualche osservatore erano suonate quasi come una minaccia.

Nel frattempo, da Dublino arriva la notizia che il governo irlandese ha deciso ufficialmente di ricorrere in appello contro la decisione della Ue, affiancando Apple nell’azione legale. La decisione, presa in queste ore dall’esecutivo guidato dal premier Enda Kenny, verrà discussa la settimana prossima dal Parlamento in una seduta che si preannuncia molto tesa. Il ministro dei Trasporti Shane Ross, leader di uno dei partiti della coalizione di maggioranza, ha dichiarato che “le multinazionali dovrebbero pagare la propria giusta quota di imposte”.

Ma le polemiche odierne non si chiudono qui. A riscaldare il clima è intervenuta infatti la ex commissaria alla Concorrenza dell’Ue dal 2005 al 2010, Neelie Kroes, oggi nel Public Policy Advisory Board di Uber, che fa da intermediario per i trasporti in auto tra privati. In un editoriale pubblicato dal quotidiano britannico The Guardian, Kroes bolla la decisione presa da Vestager come “sostanzialmente ingiusta”, aggiungendo che le norme sugli aiuti di Stato non dovrebbero essere applicate alle questioni fiscali. “Gli Stati membri dell’Unione – scrive Kroes – hanno un diritto di sovranità che determina le loro proprie leggi fiscali”. Non solo. La decisione presa martedì dalla Commissione, secondo l’ex commissario, è sbagliata perché retroattiva: “Non si possono cambiare le regole del gioco attraverso disposizioni ad hoc, per poi cercare di recuperare retroattivamente tasse non pagate”.

La Commissione ha risposto a stretto giro per bocca del portavoce Margaritis Schinas. Riferendosi all’articolo della Kroes, Schinas ha ironizzato: “Comprendiamo che possa essere a volte complicato conciliare il ruolo di ex commissario con la tentazione di esprimere pubblicamente le visioni di coloro che, nella Silicon Valley o altrove, si oppongono alle decisioni della Commissione”. Chiaro il riferimento all’attuale incarico ricoperto da Kroes in Uber. Così come è chiaro che le polemiche sulla diatriba tra l’Ue e Apple non si chiuderanno qui.