La possibilità che gli spagnoli tornino per la terza volta alle urne, ormai, è uno scenario sempre più realistico. Mariano Rajoy ha innescato l’orologio: un conto alla rovescia che, da calendario, terminerà il 25 dicembre. Forse a questo punto servirebbe davvero un miracolo natalizio. Il presidente in funzione continua ad essere tale nonostante il Parlamento lo bocci continuamente. Mercoledì, durante la votazione per l’investitura, ha ricevuto 180 no. Dallo scorso dicembre la Spagna ha votato già due volte, la prima volta il 20 dicembre 2015, la seconda il 26 giugno. E per due volte i partiti hanno mantenuto inalterate le posizioni: Rajoy non vuole abdicare, Pedro Sánchez, leader dei socialisti, non vuole piegarsi né allearsi, Pablo Iglesias tra alti e bassi continua a sperare in un governo “alternativo”. L’unico a muoversi dalla sua posizione centrista è stato Albert Rivera: prima amico intimo di Pedro Sánchez, poi alleato “per responsabilità” del partito popolare, col quale non meno di qualche settimana fa firmava un contratto a punti. A Rajoy però non è bastato. Venerdì il Congresso dei deputati si riunirà per la seconda votazione – e questa volta basterebbe una maggioranza semplice – ma i numeri continuano a non quadrare.

Camera bloccata – A dirla tutta, non è solo questione di feeling tra i partiti né di frasi ad effetto: il potere legislativo soffre la paralisi più lunga della democrazia. Da nove mesi il Parlamento non ha approvato nemmeno una legge, da dieci il governo rifiuta di dare conto e ragione alla Camera. Più di 2500 interrogazioni parlamentari giacciono senza risposta. Basta andare sul sito del Congresso per consultarle, molte portano accanto già la dicitura di “scadute”. Gli esperti avvertono che l’inadempienza costituzionale nel bloccare uno dei tre poteri dello Stato comincia a preoccupare. L’ultima legge approvata è stata quella finanziaria, lo scorso 29 ottobre 2015. Mentre il 21 ottobre del 2015 si celebrava l’ultima question time.

Dati economici positivi – Negli ultimi nove mesi gli utili aziendali, secondo quanto afferma l’Istituto di statistica nazionale, crescono con una media annuale del 2,3% a giugno, trainati da commercio e servizi non finanziari. L’inflazione ha rallentato e i salari sono cresciuti, anche se di poco, ad eccezione del settore delle costruzioni. Aumentano anche gli occupati. Eppure dei 252.300 posti di lavoro creati durante questi ultimi otto mesi, i contratti a tempo determinato sono triplicati rispetto a quelli indeterminati, un 5,45% contro un 2%. Quasi quattro milioni di spagnoli hanno un contratto a tempo determinato e poco più di due un part-time. Questi 6,43 milioni di persone in sostanza sono poco più del 40% degli stipendiati del Paese.

Proposte di legge ferme – In questi mesi sono tante le proposte presentate da PsoePodemos e Ciudadanos. Quindici quelle depositate dai socialisti. Tra loro anche la creazione di una sottocommissione per studiare gli effetti della Brexit e una proposta sulla parità salariale. Podemos ha annunciato che chiederà l’apertura di un’inchiesta parlamentare sulle cosiddette “sliding doors”, mentre Ciudadanos si è limitato a tre proposte in ambito educativo e culturale. Ma il Parlamento, probabilmente, si riunirà soltanto per l’approvazione del tetto della spesa pubblica. Potrebbe rientrare nei “casi urgenti” previsti dall’articolo 21 della legge del governo, ma non prima dell’ok di Bruxelles alla legge di bilancio. L’esecutivo di Rajoy, nel documento allegato inviato alla Commissione Europea per evitare una multa per violazione degli obiettivi di deficit, aveva promesso di chiudere i conti del 2017 prima della fine di luglio. Obiettivo fallito.

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