Le note sono quelle della canzone della resistenza cilena: el pueblo unido jamas será vencido. Sul palco ci sono tutti, da Pablo Iglesias all’alleato Albert Garzon. Cantano insieme alla folla in piazza Reina Sofia di Madrid. Un canto è mesto, soffocato, dopo una notte passata dall’iniziale euforia alla cocente delusione, man mano che arrivavano i primi risultati ufficiali. “La sonrisa de un País” (il sorriso di un Paese) è stato lo slogan dell’ultima campagna elettorale di Unidos Podemos. Ieri sera però di sorrisi in piazza ce n’era pochi. A Pablo Iglesias gliel’hanno cancellato a colpi di schede: i sondaggi gli avevano fatto sognare un sorpasso che tale è rimasto, un sogno estivo. I socialisti, che per politologi e sondaggisti sembravano perdere quota, hanno retto. E si sono riconfermati la prima forza di sinistra, anche se con cinque seggi in meno.

Chissà forse agli elettori di Podemos non ha convito molto la veste socialdemocratica che il leader si era cucita su misura. Certamente non ai fedeli di Izquierda Unida che, orfani della propria sigla, hanno unito le forze al partito viola. Il trionfo in Catalogna e nei Paesi Baschi – dove Unidos Podemos è prima forza in voti e seggi – non è bastato. La formazione s’è fermata al 21,1% con 71 deputati, mentre la geografia spagnola è tornata a tingersi di azzurro. Non solo. Se lo scorso 20 dicembre Podemos e IU, in separata sede, superavano il Psoe di Pedro Sánchez di circa 581mila voti, adesso, insieme, perdono 1,2 milioni di elettori.

A Podemos ieri sera i simpatizzanti del Partito popolare rubavano perfino il motto: Si se puede! recitavano a pieni polmoni quando Mariano Rajoy si affacciava al balcone di calle Génova, la storica sede del centrodestra madrileno. “C’aspettavamo un risultato diverso. È il momento di riflettere” ha detto Iglesias, quando i conti erano evidenti. Non pronunciava la parola che in piazza molti sussurrano: fracaso. Con Garzón alla sua destra e Iñigo Errejón a sinistra, Iglesias ha ricordato i quasi cinque milioni di voti che la sua formazione conserva. “Un fenomeno politico che dal nulla arriva a questi livelli di sostegno è incompatibile con la parola fracaso. Siamo la terza forza politica ma non ci conformiamo e continueremo a lavorare per diventare la prima” ha detto dal palco. Senza approfondire il perché del risultato (“tutte le analisi sono rinviate a domattina”), Iglesias ha assicurato che il suo partito non ha sbagliato e che “non prostituirà mai” il programma in cambio di “un posto o una carica”. “Continueremo a essere coerenti” ha aggiunto il leader di Podemos.

Sotto al palco un gruppo di giovani con le bandiere viola in mano si dice preoccupato. “La gente ha sbagliato avversario”. Per molti ieri ha vinto la politica della paura. Quella dettata prima dal partito popolare e poi dall’Europa del post Brexit. Qualcuno s’interroga sulla bontà dell’alleanza ma lo stesso Iglesias difende la strategia: “L’accordo è la strada giusta da percorrere. Dobbiamo assumerci la responsabilità dei risultati, ma siamo il futuro di questo paese. E continueremo a lottare”. E sull’appoggio mancato a Sánchez per una possibile coalizione? “No”, dice un militante, “l’errore è stato del Psoe che c’ha fatto guerra fin dall’inizio”. Tra la folla c’è anche un ragazzo di Verona. “Vivo qui da otto anni. Sono venuto a dare il mio sostegno. È l’unico partito libero e non è corrotto come gli altri”, afferma mentre va via.

Al momento quel che è chiaro è che i popolari hanno più potere che a dicembre e Unidos Podemos affronta la sua prima grande delusione elettorale. I sondaggi hanno fallito e il sorpasso dovrà aspettare. Nella piazza Reina Sofia si vedono già i primi occhi arrossati. Qualcuno scarta il panino che si era portato da casa, nel caso in cui la festa fosse andata avanti fin all’alba. Ma in diffusione si ascoltano già le note degli Inti-Illimani. Per il popolo viola, l’ultimo canto della nottata elettorale.

@si_ragu