Uccidere il Ttip è molto semplice: è sufficiente che uno dei capi di governo che siedono nel Consiglio europeo comunichi che non è più d’accordo con il mandato negoziale concesso, all’unanimità, alla Commissione europea nel 2013. “Il Ttip è di fatto fallito perché noi europei non vogliamo sottometterci alle richieste americane”, ha detto domenica il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel (socialista, Spd). La sua opinione è di una qualche rilevanza? A fini di consenso interno sicuramente, ci sono importanti elezioni locali: oltre che sul Ttip, in origine promosso proprio dalla cancelliera tedesca, Gabriel ha anche attaccato la Merkel sull’apertura ai rifugiati, uno dei un punti più vulnerabili dell’alleato di governo ma avversario nelle urne.

Nella pratica, però, le osservazioni del vicecancelliere sul Ttip contano poco.

C’è già un certo fermento sul web tra i tanti che hanno identificato il trattato commerciale tra Usa e Ue come il simbolo di una globalizzazione da avversare. Serve quindi fare un po’ di chiarezza: il Ttip sarà morto quando il Consiglio revocherà il mandato alla Commissione a negoziare, nel frattempo le trattative proseguono. Ma negli Stati Uniti ci sono le elezioni presidenziali, del Ttip non importa a nessuno ma è molto caldo l’argomento del Ttp, accordo analogo ma con i paesi asiatici per arginare l’influenza della Cina. Sul Tpp l’accordo è stato raggiunto, manca l’approvazione del Congresso che non è affatto scontata.

Quanto al Ttip: Gabriel non ha rivelato nulla di nuovo, nel round di luglio, i due capi negoziatori Ignacio Garcia Bercero (Ue) e Dan Mullaney (Usa) hanno chiarito a che punto siamo: accordi sulla riduzione del 97 per cento delle tariffe, parecchio lontani sui punti cruciali per gli europei (indicazioni geografiche, modifica degli strumenti di tutela degli investimenti, accesso agli appalti pubblici Usa). Le lobby americane premono soprattutto per aumentare l’export agricolo, ma quella è la contropartita per concessioni sui dossier prioritari per l’Ue.

Nessuno ha fretta: il Ttip non gode di buona stampa in Europa, i leader che lo appoggiano nei fatti a Bruxelles lo criticano sui giornali in patria. Ci sono troppe scadenze elettorali imminenti per forzare i tempi su un tema perfetto come parafulmine delle paranoie anti-globalizzazione usate da tanti politici per nascondere i propri scarsi risultati: prima le elezioni Usa, a novembre, e l’anno prossimo quelle in Francia e in Germania. Poi bisogna capire che rapporti commerciali avrà la Gran Bretagna con l’Ue dopo la Brexit.

A luglio ero a Bruxelles per i negoziati, ho parlato con tutti i funzionari di vertice della Commissione coinvolti. Ho avuto la possibilità di incontrare anche molte delle associazioni che seguono il trattato e – cosa più rara – i negoziatori americani.

La sintesi è questa: le imprese già usano il Ttip come ombrello per individuare le tante duplicazioni tra controlli e regolamenti tra le due sponde dell’Atlantico e le opportunità di riduzione del “red tape”, la barriera della burocrazia. Per alcune cose, come i controlli sui medicinali da immettere sul mercato, servono interventi della politica. Ma in tanti campi la cooperazione è di fatto già avviata.

Dal lato Usa, le ragioni per il Ttip restano, non sarà certo Sigmar Gabriel a far rivedere la strategia del dipartimento di Stato, che è di lungo periodo: le istituzioni del multilateralismo sono collassate (Wto) o comunque delegittimate, perché gli avversari strategici degli Usa reclamano maggiore influenza sulla governance (come al Cina nel Fmi). Quindi a Washington si sono convinti che l’unica alternativa sia accettare una divisione per aree di influenza: il Ttip è un primo tassello per costruire un grande blocco occidentale capace di influenzare l’evoluzione della globalizzazione. O almeno di essere un’isola omogenea per regole e principi relativamente immune all’assalto cinese.

In Europa è più complicato: le ragioni strategiche sono più o meno le stesse (l’Ue è nata intorno all’idea di mercato unico), ma si somma una tensione tra istituzioni decisiva per il destino del progetto comunitario. Dal 2009 il trattato di Lisbona attribuisce all’Unione la competenza esclusiva in materia di trattati commerciali, che non possono più essere negoziati dai singoli Stati. La Commissione non ha interesse ad abdicare alla più rilevante delle partite che è chiamata a gestire. Gli Stati faticano a delegare, pur avendo approvato un trattato che sancisce il trasferimento di competenze.

L’esito finale del negoziato è aperto: non è detto che si arrivi a un accordo e non è detto che questo venga approvato dai capi di governo e poi ratificato dal Parlamento europeo e, almeno in alcune parti, da quelli nazionali.

Ma di sicuro la storia del Ttip non è finita.

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