“Ci vuole un segnale chiaro“, perché un terremoto non si può prevedere e il rischio sismico resta. “Ma il danno che viene da quel rischio può essere cambiato di un fattore enorme”. Operando per mettere in sicurezza case ed edifici pubblici. A dirlo, all’agenzia Ansa, è il presidente della commissione Grandi Rischi, Sergio Bertolucci, che parla per la prima volta dal terremoto che ha distrutto vari paesi tra Lazio e Marche. La commissione fa parte del dipartimento della Protezione Civile e quindi dipende direttamente dalla presidenza del Consiglio. Un organismo divenuto celebre, suo malgrado, perché tutti i componenti finirono a processo dopo il sisma dell’Aquila. L’accusa era quella di aver “rassicurato” la popolazione dopo una prima scossa più lieve, inducendo gli abitanti a non uscire di casa. In realtà in quel caso furono tutti assolti, ad eccezione dell’ex vicecapo della Protezione Civile Bernardo De Bernardinis che fu quello che rilasciò l’intervista a una tv, poi finita tra le contestazioni dei magistrati.

Ora la commissione Grandi Rischi è completamente rinnovata. Il presidente, Bertolucci, fisico sperimentale, è uno scienziato di fama internazionale. E’, tra l’altro, direttore della ricerca e del calcolo scientifico del Cern, l’organizzazione europea per la ricerca nucleare. Nessuno è in grado di dire né quando né dove “perché nessuno è in grado di prevedere un terremoto”, dice Bertolucci, anche se ovviamente “non si può escludere la probabilità di un altro terremoto nella zona di faglie che si è attivata con il sisma del 24 agosto“. Quindi è una questione di probabilità alla luce delle conoscenze relative sia alla struttura geologica, sia alla storia dei terremoti avvenuti in passato nella zona appena colpita dal sisma.

Per questo “ci vuole un segnale chiaro”, dice Bertolucci, che solleciti in Italia l’urgenza di mettere in sicurezza case ed edifici pubblici. Che la messa in sicurezza degli edifici sia una priorità lo dimostra, aggiunge il capo della Grandi Rischi, l’esperienza di altri Paesi sismici, come il Giappone, dove un terremoto di magnitudo 6 non ha effetti disastrosi. “Non si sa quando arriva un terremoto, ma si sa da dove vengono i morti quando gli edifici sono mal costruiti“. L’ultimo rapporto della commissione sottolinea l’importanza della messa in sicurezza delle costruzioni e la Protezione Civile ha diffuso quel report. “Se vogliamo fare dell’Italia un Paese moderno, non dobbiamo farci spaventare dalle cifre. Si potrebbe partire intervenendo dove è più necessario, sistemando i centri che sono nelle zone in cui i terremoti sono più probabili”. Bertolucci ha additato l’esempio di Norcia: “Dopo il terremoto del 1997 lì si è deciso di mettere in sicurezza tutta la città e ora che Norcia è stata interessata da quest’ultimo terremoto, non ha avuto un solo morto: la strada da seguire è questa”.

La Grandi Rischi, nella riunione di mercoledì, ha concluso che le vulnerabilità di quei territori sono note, “collegate in gran parte a carenze costruttive originarie ma anche a scarsa manutenzione ed alla trasformazione degli edifici nell’arco del tempo”. Proprio l’esperienza dei terremoti passati – ha scritto la commissione nella relazione conclusiva – ha dimostrato che è possibile aumentare considerevolmente la sicurezza, in particolare per quanto riguarda la salvaguardia delle vite umane, anche con interventi di miglioramento sismico limitati e localizzati, accompagnati da una adeguata manutenzione”. Da qui la raccomandazione della commissione Grandi Rischi: “Intensificare l’azione delle amministrazioni pubbliche al fine di velocizzare e completare i programmi già avviati per la valutazione della vulnerabilità e la riduzione del rischio sismico nell’intera regione, con particolare attenzione agli edifici strategici e rilevanti, e di incoraggiare i proprietari a valutare la vulnerabilità sismica delle proprie abitazioni e ad intraprendere le azioni migliorative conseguenti”.

“La zona che si estende da Colfiorito a sud dell’Aquila è costellata di faglie di tipo distensivo”, aggiunge il presidente della Grandi Rischi, stretta nella “la placca africana e quella eurosiatica“. Sotto questa sollecitazione la zona degli Appennini è soggetta a una sorta di stiramento, tende cioè ad estendersi, mentre l’Adriatico tende a “restringersi”. Questo continuo movimento sollecita le faglie che si trovano lungo l’Appennino: “Le faglie – prosegue Bertolucci – sono come dei contenitori che progressivamente si riempiono di energia ed è impossibile prevedere quando, con un terremoto, scaricheranno l’energia accumulata”.

Il terremoto nel Reatino, osserva, “è compatibile con questo scenario geologico e c’è inoltre una storia che in passato ha visto terremoti forti in questa stessa area”. Sempre in questa zona, ha aggiunto, esistono “faglie silenti da molto tempo, il che non significa che non siano pericolose perché tutto intorno a esse si muove e sta accumulando energia”. Alla luce di queste considerazioni “nessuno – ha rilevato – è in grado di dire che ci sarà un terremoto fra 20 giorni, fra un mese o fra un anno, ma non si può escludere che nei prossimi anni in questa zona di faglie sia probabile un terremoto”.