La caratteristica principale dell’attività artistica di Roberto Paci Dalò, protagonista della quarta diretta web di Autoanalfabeta University of Utopia in collaborazione con Nuovi Argomenti andata in onda appena prima della pausa agostana, è il suo essere plurale, multiversa: dalla musica al teatro, alla video-arte, alla poesia in questi anni il fondatore di Giardini pensili non ha smesso mai di ricercare e strutturare ‘relazioni’ e ‘reti’ interartistiche capaci di cogliere l’essenziale e più profondo rizoma della nostra contemporaneità.

Rimandando dunque all’ascolto e alla visione del video che accompagna questo post, mi concentrerò nelle poche righe di questa Glossa a approfondire due aspetti più strettamente poetici della nostra discussione.

Il primo riguarda gli effetti spaziali del suono e dunque anche della lettura poetica ad alta voce.

Ho più volte insistito sull’aspetto ‘temporale’ della poesia orale: il suono concretamente riporta la parola nel tempo, le riconsegna quella dinamica, quello sviluppo diacronico, che il segno alfabetico le sottrae.

La parola detta si sviluppa nel tempo, come ogni sonorità non può permanere immobile, ma deve farsi dinamica, deve scorrere, è una ‘durata’. Per altro verso, come ha notato acutamente l’artista riminese, il suono disegna anche uno spazio, magari impermanente, temporaneo, appunto, ma ben reale. Il suono crea un ambiente (un ambiente – anche linguistico nel caso della poesia – immersivo) nel quale l’opera si fa e viene fruita. Il dispositivo sonoro – la ‘drammaturgia’ fonica – che mette in voce un testo poetico non riporta solo la parola nel tempo, ma la alloca in uno spazio dinamico, sempre mutevole, ma dai confini assolutamente precisi, che è quello letteralmente ‘messo in opera’ dalla voce che esegue concretamente il testo. Oltre lo spazio immobile e sempre uguale a se stesso dello scritto, la parola pronunciata si riconosce in quanto unica realtà linguistica e smaschera l’alfabeto per quello che è: un mero sistema di trascrizione di eventi sonori.

Il testo stesso, inteso così, smette di essere un semplice contenitore di stringhe alfabetiche, diventa una cartografia e una cartografia spesso è ciò che precede un viaggio, in questo caso il viaggio dinamico e sonoro della poesia alla ricerca di ciò che è più profondo e costituisce il senso ultimo del reale e della comprensione che noi ne tentiamo.

Come sottolineato da Paci Dalò, inoltre, ogni volta che un testo, qualsiasi testo e qualsiasi ne sia l’esecutore, fin il suo stesso autore, viene ‘messo in voce’ in qualche modo quel testo cambia, non è più lo stesso, viene trasmesso e tradito, tradotto, mutato, dal suo interprete. Questo problema – che qui potremmo definire della ‘interpretazione’ di un testo poetico – viene spesso sottovalutato, quando non ignorato.

Ma la poesia, anche se letta in silenzio, va comunque mentalmente ‘eseguita’ perché la ‘macchina in versi’ funzioni davvero.

Non eseguire le poesie, e soprattutto non tener conto che quest’esecuzione è integralmente un’interpretazione del testo (come l’esecuzione di una qualsiasi sonata lo è del suo spartito), significa perdere un’enorme ricchezza ermeneutica, come se provassimo ad analizzare la grandezza dell’opera mozartiana in assenza delle sue esecuzioni e dunque delle differenti interpretazioni che si sono susseguite nel tempo.

Significa, insomma, dimenticare quell’aspetto assolutamente ‘concreto’ dell’arte poetica che ne è da sempre la caratteristica principale: la poesia è un fare, fin la sua capacità simbolica è affidata alle conseguenze più concrete dei meccanismi che presiedono alla formazione dei significati e alla loro comprensione.

Persino un pasdaran del libro, come Brodsky non potrà che ammettere, in una tarda intervista, che per comprendere e fruire in modo integrale di una poesia l’interpretazione sonora che ne dà l’autore è imprescindibile.

Ma a me par anche che tutte le interpretazioni successive abbiano una rilevanza evidente. Quello che sto dicendo è che noi poeti dovremmo iniziare a interpretare davvero i testi degli autori che più amiamo, a tradirli con la nostra voce, a trasmetterli e insieme a mutarli e a tenerli vivi e che forse così, con strumenti diversi da quelli della filologia, potremmo dare il nostro modesto ma indispensabile contributo alla loro comprensione e soprattutto, visto che è di poesia che parliamo, alla loro memorabilità.