Una signora sulla cinquantina sventola un foglio per farsi aria e guarda il suo orologio sbuffando. “Ma cosa aspettano ad aprire?”, si chiede innervosita in marcato accento milanese. Accanto, un uomo in giacca e camicia si asciuga il sudore dalla fronte con un fazzoletto bianco, mentre la moglie, vestita da sera, apre un ombrello per ripararsi dal sole. Sono le 17.30. Matteo Renzi è atteso due ore dopo al Caffè della Versiliana per un’intervista con Paolo Del Debbio, ma i cancelli sono ancora chiusi e fuori si è formata una calca come fosse un concerto dei Rolling Stones. L’appuntamento era alle 18, ma il premier lo ha posticipato all’ultimo per vedere la finale olimpica della pallavolo maschile. “Diamo le giuste priorità, amici”, ha scritto su Facebook la sera prima dell’incontro. Anche lo scorso anno aveva preferito lo sport alla Versiliana, dando forfait alla festa del Giornale per assistere alla finale dell’Us Open di tennis a New York. L’appuntamento però, questa volta, era con il Caffè de La Versiliana, il festival letterario di Marina di Pietrasanta per antonomasia – organizzato dalla Fondazione La Versiliana in collaborazione con il Comune di Pietrasanta. Una platea da non deludere in vista del referendum di novembre.

Alle 18 aprono i cancelli e la folla si fionda dentro la pineta. Il salotto dell’intervista è circondato da transenne. I posti a sedere sono già tutti occupati, alcuni rimangono in piedi, altri non sono potuti nemmeno entrare. “Per favore, fateci passare, siamo venuti apposta da Viareggio”, implora una signora vestita di tutto punto. Dall’altra parte una donna si accomoda tra le prime file tenendo nella sua borsa di vimini di Valentino un pinscher nano. Nel salotto all’aperto, il profumo dei pini si mescola con le acque di colonia delle donne uscite dalla spiaggia e con l’odore del dopobarba degli uomini appena depilati. Sotto al palco i posti sono riservati all’entourage del premier. Ci sono il fedelissimo Marco Carrai, il presidente del consiglio regionale, Eugenio Giani, il viceministro dei Trasporti, Riccardo Nencini.

“Eccolo, è arrivato”, si sente urlare a un certo punto tra la folla. E parte un applauso come se fosse salito sul ring Muhammad Ali. “Lo avevo detto che sarei arrivato alle 19.30 ed eccomi anche se la partita non è ancora finita”, esordisce il premier, che per tutta l’intervista si giocherà la carta della battuta e del fiorentino (“D’Alema è il mio argomento a piacere. C’ho il jolly io”).

Renzi conosce il suo pubblico: sa che c’è più centro-destra che centro-sinistra, e allora fa l’asso pigliatutto. Apre all’Anpi sul referendum invitando il presidente, Carlo Smuraglia, a un confronto alla festa dell’Unità (“Lui viene a spiegare le ragione del no, io spiego quelle del sì. Ci si dà un abbraccio e si finisce così”), ma sfotte D’Alema (“D’Alema, ragazzi. Fatevi un domanda e datevi una risposta – dice – il punto è che se vuole fare la battaglia per difendere le poltrone e magari tornare in Parlamento, allora auguri”). Lo stesso fa a destra. Tende la mano a Berlusconi (“ha sbagliato la sinistra a prenderlo in giro”) e bastona Brunetta (“se ci vanno Brunetta e D’Alema a parlare in tv contro il referendum, a noi fanno solo un favore”).

Sui grandi temi, capire da che parte sta è stregoneria. Dà la sua ricetta sull’immigrazione e trova consenso. “Sono d’accordo sull’aiutarli a casa loro”. E giù applausi. “Però quando vedo un bambino in mare non possono non aiutarlo perché io sono italiano e nei valori dell’Italia c’è che un bambino, prima di fare tanti discorsi, si salva”. Ancora applausi. “Poi però – ripete – bisogna aiutarli a casa loro”. Bravo, bravo, si sente urlare dalla folla.

Sull’economia, pure, accontenta tutti. “Gli 80 euro non sono una mancia elettorale. Lo sono per chi ha soldi. Ma per chi guadagna 1.020 euro al mese e arriva al 1.100 è il più grande aumento salariale che ha preso in vita sua. È un atto di giustizia”. E vai di applausi. Poi rassicura anche gli altri. “Quando sento dire a quelli del mio partito che non bisogna ridurre le tasse io mi metto le mani nei capelli, perché la misura più importante per gli italiani oggi è la riduzione della pressione fiscale”. Evviva. Bravo. Una donna vestita tutta di rosso si alza dalla platea e continua ad applaudire da sola. Il marito la segue da seduto. Sulla giacca una spilla tricolore attaccata nel risvolto. “Bravo”, dice sottovoce senza scomporsi più di tanto. “Bravo”, ripete.

Sul referendum il termometro del consenso si alza ancora. “Chi vota sì – grida dal palco il premier come fosse a un comizio – taglie le poltrone, chi vota no vota per il parlamento più costoso dell’Occidente. E i senatori che parlano di valori di democrazia, in realtà, sono attaccati solo alla loro poltrona”. Partono grida. “Sono dei cretini quelli”, si sente urlare. Il salotto letterario diventa una partita di calcio con una sola squadra.

Solo un uomo prova contestarlo. “Pinocchio”, gli grida sulla frase “con noi chi sbaglia paga”. E Renzi sfodera la battuta. “È una grandissima figura toscana – risponde il premier in fiorentino – e tu che mi parli di Pinocchio e che pensi di fa’ la fatina, mi viene da chiederti chi fa il gatto e chi la volpe. Devi sapere – continua – che ora, se uno fa il dipendente pubblico, timbra il cartellino, e poi se ne va, in 48 ore viene licenziato. Prima succedeva che il dirigente poteva decidere. Ora il dirigente ha la possibilità di decidere, ma se non lo licenzia, noi licenziamo il dirigente”. Bravo, grida una signora sventolando ancora più veloce il suo ventaglio. L’intervista sta per finire. Dalla platea chiedono di parlare della scuola, ma Renzi non risponde. Gli chiedono allora di dire qualcosa sulla Bolkestein. “Ho già parlato con i balneari e poi riferirò”, dice. E a quel punto si rivolge a Del Debbio: “Dovrà pur cenare il pubblico”. E se ne va.