E’ difficile essere musulmani oggi. Sei assediato da generalizzazioni, stereotipi e sguardi: bisogna provare lo sguardo “dell’altro” per capire la sensazione. Ma è il fatto di essere etichettati come “musulmani” e basta a pesare di più. Sembra che la religione debba essere totalizzante: scompare ogni appartenenza nazionale; il tuo nome; il tuo modo di essere. Vieni risucchiato in quello che “devi essere”: nell’immaginario collettivo, il musulmano ha la barba lunga e la musulmana ha il velo. Non esistono “altri” musulmani, uomini e donne, senza veli e barbe che conducono vite “normali” in cui la religione è un particolare della loro vita.

L’Islam diventa un monolite, invariabile. Non c’è spazio per quello che sei, per il tuo nome e la tua storia personale. Vai al supermercato e, mentre sei perso fra i reparti, intento a scegliere i biscotti e la pasta, senti parlare di Islam – ormai ne parlano tutti, dalla massaia al parrucchiere. “Quelli sono tutti uguali” dice la signora che ti passa di fianco senza curarsi di te. Non sa che sei musulmano, altrimenti, stando a quello che dice, si dovrebbe aspettare qualcuno che salta in piedi sulla cassa per gridare “Dio è grande”.

In questo clima di diffidenza devi affrontare anche lo sguardo dell’altro musulmano: quello che ti dice che dovresti ostentare i simboli della tua fede, per rimarcare quello che sei. Infatti, c’è chi oggi, a questo clima di diffidenza, risponde con il simbolismo privo di contenuti. E’ colpa dell’assenza di una classe intellettuale musulmana – chiamiamola così – che dovrebbe prendersi la briga di porsi come argine al populismo e alla diffidenza che dilaga oggi. L’assenza di questa classe intellettuale va di pari passo con la mancanza di un intellighenzia italiana tout court: il populismo dilaga con l’ignoranza e solo con la cultura si argina.

Oggi si è isolati, a volte incompresi. Eppure, è nel gesto dei singoli, nel dialogo con il vicino di casa e al supermercato che si trova la medicina giusta al male della paura.

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