Un onesto e sentimentale viaggio nel Mediterraneo. Onesto poichè l’autore lo descrive con tutte le gioie e i dolori; sentimentale per i tanti aspetti connessi alla miriade di emozioni e ricordi personali e, allo stesso tempo, collettive. Se dovessi consigliare un libro da leggere per vivere un sogno di mezza estate sceglierei “Quando guidavano le stelle” (edito da Il Mulino) del bravo storico medievalista Alessandro Vanoli.

Quando-guidavano-le-stelle-di-A.-VanoliQuattro navigazioni piene di citazione appropriate, aneddoti che rendono verissima l’affermazione che il mare per capirlo bisogna guardarlo da lontano. Vanoli, abile narratore, ci conduce con un ritmo coinvolgente in questo viaggio intimista, tra vita vissuta e sognata, percorrendo strade, vicoli e città che con il suoi personaggi formano il quadro del racconto. Ecco, appunto un quadro o se vogliamo un insieme di scene. Il libro è talmente scorrevole che “descriverlo non potrei” direbbe Paolo Conte. E proprio la voce roca di Conte sembra essere un adeguato sottofondo quando l’autore descrive Genova con immagini capaci di un viaggio nel tempo prese in prestito dall’arte cinematografica. E così ci ritroviamo nel 1291 per assistere alle trasformazioni di mare, di spezie, di tessuti e metalli: “Chi torna a Genova in questi anni rischia davvero di non riconoscerla, perché tutto sta cambiano a un ritmo vertiginoso: basteranno cinquant’anni e persino il vecchio faro lascerà il posto alla nuova Lanterna, consegnando alla città la sua immagine da cartolina. Quello di Genova è un mondo che cresce col mare; un mondo di maestri d’ascia, marinai, bottai, fabbricanti di ancore, di remi, fonditori, fabbri, velai e disegnatori di carte. E proprio perché cresce col mare, questo mondo può sopravvivere solo grazie a nuovi mercati, nuove rotte e nuovi confini da superare. E’ il suo destino”. E da Genova a Palos de la Frontera il passo è breve: siamo nel 1492 partenza dal Mediterraneo per una storia tutta da scrivere, al di là dell’Oceano.

E se questo libro è un quadro in continuo divenire, molto bella è la descrizione di quel Gentile Bellini nell’atto della sua arte pittorica, nell’anno di grazia 1495, nello splendore di Venezia città piena di suggestioni e mistero. Fermare il tempo con maestria e di questo farne storia e memoria, come ha fatto anche Vittore Carpaccio, inventando nuovi punti di vista della città nei suoi dettagli più minuti.

Ora che abbiamo a disposizione mirabili strumenti elettronici per analizzare il mare, si avverte la necessità di un ritorno alle origini perché in questo “Mediterraneo ancora antico, noi seguiamo Ulisse: di terra in terra, di porto in porto, con gli occhi alle stelle”. Il mestiere dello storico si intreccia dunque con la voglia di osservare; libri, frammenti, statue, pietre tutto serve per ricostruire ciò che si può di quei luoghi e tempi lontani. Anche Palermo, nella visione personale dell’autore, risente della trasformazione dei tempi lontani. “C’è un modo di essere fatiscente che solo certi palazzi siciliani hanno. Quello dove vivevo io era così: il suo non era abbandono era piuttosto una sorta di esistenza sospesa. A scendere la scalinata di marmo, tra piastrelle spezzate e ringhiere arrugginite, c’era una fierezza di nobiltà perduta come in pochi posti ho sentito. Alla fine delle scale, in un altro androne scuro, si apriva un portone in legno e ci si ritrovava d’improvviso nel caos”.

Questa immagine di Palermo a mio avviso può adattarsi benissimo alle sorti del Mediterraneo per la sua esistenza sospesa e per quel ritrovo improvviso nel caos che la cronaca quotidiana ci racconta attraverso episodi tragici di bambine, donne e uomini che proprio in questo mare terminano la loro spesso breve esistenza. E come non condividere l’amara riflessione di Vanoli quando afferma che “il Mediterraneo della pace tra i popoli, della convivenza e della fraternità non è mai esistito: è una stupidaggine che raccontano i politici e gli scrittori in cerca di buoni sentimenti”. E aggiunge che “i ricordi e i sogni hanno bisogno di speranza per continuare a vivere; e oggi la speranza pare davvero lontana”. E allora non ci resta di farci ancora guidare dalle stelle per cercare quelle “isole non trovate” descritte dalla poesia di Gozzano e musicate da Guccini, perché spesso il viaggio più sicuro è quello sognato o semplicemente immaginato.