L’Universo sulla pelle. È pubblicata sul sito dell’Asi (Agenzia spaziale italiana) la notizia che non è solo il Sole ad abbronzarci. “Una piccola parte dei fotoni che ogni secondo si scontrano con la nostra pelle non arriva dalla nostra stella. Una minuscola frazione di essi ha viaggiato attraverso l’Universo per miliardi di anni prima di raggiungerci e concludere la propria esistenza su di noi. Per essere precisi, 10 miliardi di fotoni al secondo, pari a uncentesimo di miliardo della nostra abbronzatura, proviene da fonti extragalattiche e la metà arriva nientemeno che da buchi neri. Insomma – si legge sul sito – non solo siamo immersi nell’Universo, ma ce l’abbiamo addirittura sulla pelle”.

Gli autori della ricerca, pubblicata su The Astrophysical Journal, hanno misurato per la prima volta con estrema precisione le lunghezze d’onda dei fotoni che colpiscono la Terra prestando particolare attenzione a quelli provenienti dall’esterno della Via Lattea combinando immagini prodotte da una ‘flotta’ di telescopi spaziali, tra cui Hubble, Herschel, Wise e Spitzer. La maggior parte della luce che ci colpisce proviene dal Sole. Ci raggiunge in modo diretto, diffondendosi attraverso il cielo, o indirettamente, riflessa dalla polvere dispersa nel sistema solare. In questo senso, prosegue la ricerca riferita dall’Asi, è l’Universo stesso a darci una mano, attivando un primo filtro protettivo.

“Circa la metà della luce ultravioletta che viaggia nel Cosmo – spiega Rogier Windhorst della Arizona State University, coautore dello studio – è convertita durante il tragitto in lunghezze d’onda meno dannose. Le galassie stesse ci forniscono un crema solare naturale con fattore di protezione 2″.

“Quindi nessun allarme: per proteggersi dai raggi extra – prosegue l’articolo dell’Asi – valgono le solite raccomandazioni che ogni giorno ci ricordano giornali e tv: evitare le ore più calde e applicare una buona crema solare. E allora rilassiamoci, sdraiamoci al sole come sempre e prendiamoci la nostra bella tintarella… extragalattica.

Lo studio su The Astrophysical Journal