APRICALE – Un borgo arroccato e tenace appeso sul dirupo, le sue pietre scure come teatro naturale, le sue viuzze strette, le sue curve in discesa dove le macchine non riescono ad entrare, i sassi lisci di suole a calpestare dove ci vogliono piedi e polpacci, caviglie e menischi forti, diventa palcoscenico itinerante da quasi trent’anni. Da lontano, dall’asfalto tortuoso per raggiungere questo spicchio di natura nell’entroterra verde sopra Ventimiglia, a un passo, a un colle dalla Francia, il paese di Apricale sembra una piccola Matera. Si annusa l’antico, si respira il medioevo.

Sale fino alla vetta, castello e campanile a mostrarsi dalla valle, a spingere verso le nuvole, a sfidare, inerpicarsi quasi fosse una lingua di giraffa allungata fino all’ultima foglia d’acacia appuntita e spinosa. Da ventisette anni il Teatro della Tosse di Genova mette qui, in provincia d’Imperia, la sua base estiva e per dieci giorni (dal 5 al 15 agosto) porta attori e maestranze, scenografie e addobbi e illumina di teatro le stradine abitate da poco più di cinquecento abitanti.

Il borgo, cosparso e impreziosito da decine di opere d’arte, murales e graffiti, incisioni e dipinti, vede ogni anno una media di 7.000 persone durante le dieci repliche dello spettacolo genovese e in questi ventisette anni ha visto affacciarsi 150.000 persone accorse quassù per sentire storie millenarie e racconti ancestrali, parole universali o vicende iperboliche e fantasiose. Il pubblico viene diviso in più gruppi e a turno viene spostato e portato nei vari scorci e antri del paese, incrociandosi, scambiandosi in un rito collettivo fanciullesco che sa di gita scolastica.

Quest’anno protagonista è la clessidra infinita che scorre inesorabile cambiando, modificando e deformando le nostre piccole vite: La macchina del tempo è un viaggio, fisico tra le vie claustrofobiche, metaforico e mnemonico, nostalgico e malinconico, dentro e attraverso il nostro recente passato. Ricordi sparsi come appunti che abbiamo letto o studiato, sentito o visto con i nostri occhi, a tratti sogni, altre volte incubi. I quattro drammaturghi, Emanuele Conte (anche regista), Amedeo Romeo (direttore del Teatro della Tosse), Marco Lubrano e Alessandro Bergallo, hanno scelto nove momenti in modo assolutamente arbitrario e personale, circostanze che hanno fatto virare, cambiare il destino dell’uomo, attimi che anche a livello intimo hanno avuto importanza e spessore.

Una sorta di Ritorno al Futuro dove si salta da un dialogo impossibile tanto surreale quanto realistico tra la vecchia lira e il moderno euro dove volano scintille e gelosie in una patina di rottamazione da una parte e vintage dall’altra, il tutto al gusto seppiato con sullo sfondo brexit. Il fil rouge, la trama, è intessuta, neanche a dirlo, da un ragno (leggero e felice Enrico Campanati, presente in tutti e ventisette gli anni) che intreccia la sua ragnatela, in una dialettica serrata e brillante con una farfalla (pronto e incalzante Alessandro Bergallo), bellissima ma dotata di un’esistenza che a malapena arriva alle ventiquattr’ore. Il tempo è relativo, ci dice l’effimera, godetevelo senza rimorsi, senza lamenti, senza struggimenti, tutto finisce tanto vale tentare di star bene il più possibile.

Dall’introduzione della moneta europea, siamo agli indizi del terzo millennio, agli anni ’60 quando il soldato sovietico Pietrov, in piena Guerra Fredda riuscì, disobbedendo alle macchine, a evitare la terza guerra mondiale. Ecco Piazza Tienanmen nel 1989 con i suoi carri armati fermati dallo studente anonimo in camicia bianca, un italiano (un mix tra Trump e Bush junior con cappellone da ranch in vasca da bagno e sigaro) che ha fatto fortuna negli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra, ecco gli anni ’60 tutti nostrani visti da un pugliese (Graziano Sirressi ammiccante e sinuoso come il serpente dell’Eden) tra provincialismo e voglia di America, tra Bob Dylan e Allen Ginsberg e Peppino Di Capri, divisi tra Elvis the pelvis e la gelosia latina.

Una madre (Susanna Gozzetti toccante) e un figlio fascista nella Repubblica di Salò, il voto alle donne nel ’46 e l’immancabile allunaggio del ’69, chiudono una carrellata di flash dove la Storia con la maiuscola s’illumina di passaggi e attimi dove, volenti o nolenti, dal vivo o attraverso filmati e ricostruzioni, siamo stati tutti presenti. Come una pellicola sentimentale in bianco e nero che ci mostra chi eravamo e che cosa siamo diventati.

“Ed è per questo che la storia dà i brividi, perché nessuno la può fermare. La storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi, bella ciao, che partiamo, la storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano. La storia siamo noi, Siamo noi questo piatto di grano”. Siamo figli delle stelle. “Siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”.